Autovelox nascosto? E’ truffa.

La Cassazione [1] ha infatti stabilito (sentenza n. 11131/2009) che nascondere le apparecchiature di rilevamento della velocità (altrimenti dette, autovelox), integra la fattispecie del reato di truffa contro gli automobilisti. 

Tutto nasce a Cosenza, il cui Tribunale aveva disposto in primo grado il sequestro preventivo delle apparecchiature fornite dalla Speed Control. L’azienda, titolare dell’appalto per il rilevamento della velocità delle automobili, ha fatto ricorso in Cassazione contro il sequestro, in quanto, secondo il ricorrente, non era stato valutato l’elemento psicologico del reato di truffa contro gli automobilisti. 

La Corte ha invece ritenuto che la sussistenza del “fumus” del reato di truffa è argomentabile sulla base dell’art.142 del codice della strada (che impone che gli autovelox debbano essere ben visibili) e della circolare del Ministero degli Interni del 3 agosto 2007 (che impone la necessaria segnalazione almeno 400 metri prima). 

Così, sono stati sequestrati tutti gli autovelox di tre comuni sulla costa cosentina,che erano stati nascosti in autovetture il cui titolare riceveva un compenso in ordine ad ogni multa effettuata. Tutti fatti che integrano il reato di truffa ai danni degli automobilisti, secondo la decisione degli Ermellini, che ribadisce il fatto che gli autovelox devono essere “segnalati” almento 400 m. prima e “ben visibili”. 

Ecco i passaggi cruciali della sentenza:

........tesi accusatoria...trarre in inganno gli automobilisti, in contrasto con lo spirito della normativa in materia diretta a prevenire incidenti più che a reprimere.
Secondo il Tribunale, l’attuale formulazione dell’art.142 cod. str. (modif. dal D.L. 117 del 3 agosto 2007, conv. dalla legge n.160/2007) prevede che le postazioni di controllo debbano essere segnalate e ben visibili. Anche la circolare 3 agosto 2007 del ministero dell’Interno prescrive la segnalazione almeno 400 metri prima del punto in cui l’apparecchio di rilevamento della velocità era collocato. Il D.M.15 agosto 2007 e la circolare ministeriale dell’8 ottobre 2007 ribadivano l’esigenza di segnalare le postazioni di controllo con adeguato anticipo e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento. Dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria risultava invece che, nei tre comuni calabresi peri quali la S. C. era titolare della concessione per il noleggio delle apparecchiature autovelox, le apparecchiature in questione erano state ben occultate in autovetture spesso di proprietà del titolare il quale, ricevendo un compenso parametrato su ogni verbale di infrazione per il quale era riscossa la relativa sanzione, era interessato ad incrementare le riscossioni. Veniva pertanto ritenuto sussistente il reato di truffa, mentre il periculum in mora era individuato nei prevedibili ulteriori esborsi illegittimi da parte degli automobilisti sulla base di un rilevamento automatico della velocità così organizzato.
Corte ritiene che nell’ordinanza impugnata il Tribunale del riesame – contrariamente a quanto affermato nel ricorso- sia pervenuto ad affermare la sussistenza del fumus del reato di truffa attraverso un percorso argomentativo immune da vizi logici e giuridici, all’esito di un’approfondita analisi della normativa in materia di rilevamento della velocità dei veicoli attraverso postazioni di controllo sulla rete stradale e di un circostanziato esame dei concreti risultati delle indagini di polizia giudiziaria, senza peraltro trascurare le argomentazioni della difesa del L. e la documentazione dalla stessa prodotta (come si desume dalla menzione della fotografia prodotta dalla difesa e riguardante la segnalazione della postazione mobile di rilevamento della velocità nel Comune di Fiumefreddo Bruzio).
Quanto all’elemento psicologico del reato di truffa, la Corte osserva che il sequestro preventivo è legittimamente disposto in presenza di un reato che risulti sussistere in concreto, indipendentemente dall’accertamento della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell’agente o della sussistenza dell’elemento psicologico, atteso che la verifica di tali elementi è estranea all’adozione della misura cautelare reale (Cass. sez.I 4 aprile 2006 n.15298, Bonura; sez.I 9 luglio 1999 n.2762, Faustini; sez.III 5 maggio 1994 n.1428, Menietti).
Alla inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in euro 1.000,00.
                        P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Roma 12 dicembre 2008
Depositata in cancelleria il 13 marzo 2009

[1] Cass. sent. n. 1131/2009.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONCORSO SCUOLA 2016: sei stato escluso, puoi ottenere la riammissione….ecco come!

Sono finalmente stati pubblicati i tanto attesi Bandi per il concorso a cattedre del 2016 per l’assegnazione di 63.712 posti, di cui 6.101 per il sostegno, 17.299 per la scuola primaria e 6.933 per la scuola dell’infanzia.

I Bandi sono destinati a tutti gli aspiranti docenti che siano in possesso di abilitazione, compresi i docenti in possesso di diploma magistrale conseguito entro l’anno accademico 2001/2002.

Come riportato dalla stampa nazionale, però, alcune categorie di soggetti sono rimaste illegittimamente escluse.

Proprio per tutelare le succitate categorie, si vuole consigliare di presentare ricorso ed essere ammessi alla selezione.

In particolare, per ciò che riguarda i non ammessi, si fa riferimento a:

A) Docenti con 36 mesi di servizio se non in possesso di titolo di abilitazione (circa 60 mila!)

Il requisito minimo per partecipare al concorso è quello di possedere l’abilitazione. Tale criterio preclude la partecipazione all’ormai imminente concorso a numerosi aspiranti docenti, alcuni dei quali inseriti da parecchio tempo nel sistema scolastico, e che vedono, oggi, svanire le proprie ambizioni di ottenere quella cattedra per la quale hanno duramente lavorato.

È questo il caso dei docenti precari che, ad oggi, hanno conseguito 36 mesi di servizio, periodo cui, ai sensi della direttiva comunitaria 2005/36/CE , dovrebbe far seguito un automatico riconoscimento dell’abilitazione alla professione.

 La sopracitata direttiva regola, infatti, il sistema generale delle professioni regolamentate nell’ambito dell’Unione Europea e dei titoli di accesso alle stesse, e definisce le qualifiche professionali come “le qualifiche attestate da un titolo di formazione, un attestato di competenza – di cui all’articolo 11, lettera a), punto i) – e/o un’esperienza professionale” e definisce, inoltre, la formazione regolamentata come “qualsiasi formazione specificamente orientata all’esercizio di una professione determinata e consistente in un ciclo di studi completato, eventualmente, da una formazione professionale, un tirocinio professionale o una pratica professionale”.

B) Laureati che non hanno avuto la possibilità di partecipare ad un percorso abilitativo.

Non potranno partecipare nemmeno molti giovani laureati che, conseguendo il proprio titolo dopo il 31 Agosto del 2014, non hanno avuto alcuna possibilità di conseguire l’abilitazione richiesta data la mancata predisposizione dei percorsi abilitativi previsti dal nostro ordinamento.

Per loro, alla luce dei nuovi bandi ed alla luce della L. 107, il prossimo treno non passerà prima di altri tre anni (il prossimo concorso a cattedre, infatti, dovrebbe vedere la luce nel 2019) ed è sicuramente illogico ed irrazionale un sistema in cui le più rosee previsioni parlano di un periodo minimo di 5 anni tra il conseguimento del titolo di laurea e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Alla stesso modo, non potranno partecipare i laureati per i quali non è stato previsto alcun percorso abilitativo. Questo vuoto ha determinato la situazione paradossale secondo la quale vi sono posti messi a concorso per classi concorsuali per i quali non vi sono laureati abilitati.

C) Personale docente educativo già assunto a tempo indeterminato (vedasi L. 107, art 1 comma 110).

Non potranno partecipare alle prove nemmeno coloro che insegnanti lo sono già, ma che aspirano a cambiare la propria materia di competenza o il grado della propria scuola.

Tale preclusione non sembra assistita da una logica stringente, in quanto tali docenti posseggono tutti i requisiti per la partecipazione al concorso e, ciononostante, non potranno prendervi parte.

Va sottolineato che, però, la stessa limitazione non è prevista per coloro che siano docenti all’estero e che, avendo ottenuto il riconoscimento dell’equipollenza del proprio titolo professionale con quelli richiesti dal nostro ordinamento, volessero provare ad ottenere una cattedra in Italia. Inoltre, in maniera assolutamente incongrua, però, a questi stessi soggetti era stato consentito di partecipare ai Tirocini Formativi Abilitativi banditi dal MIUR sia nel 2012 che nel 2014.

D) Coloro i quali, pur avendo conseguito l’abilitazione in uno dei paesi europei, non hanno avuto riconosciuto dal Miur l’equipollenza del titolo.

Rimarranno esclusi anche gli aspiranti docenti che abbiano conseguito il proprio titolo abilitante all’estero ma che non hanno ottenuto il riconoscimento del proprio titolo professionale per l’insegnamento in Italia a causa dell’eccessiva rigidità delle procedure di riconoscimento poste in essere dal MIUR.

Eccessiva rigidità che è stata sottolineata anche dall’Unione Europea, la quale, a fronte dei soli 295 riconoscimenti intervenuti nel triennio 2011-2013, ha avviato una formale apertura di infrazione al fine di far riesaminare la procedura di selezione dell’Italia.

E) Gli Abilitandi (insegnanti di canto, per il sostegno, di strumenti musicali ecc).

Inoltre non è prevista alcuna riserva circa la possibilità di presentare la domanda di partecipazione al concorso per gli aspiranti docenti che sono in procinto di conseguire l’abilitazione.

Parliamo, in particolare, dei docenti che stanno concludendo il proprio percorso abilitativo, le cui prove finali dovrebbero espletarsi prima rispetto alle prove scritte del concorso a cattedre, ma non entro il termine ultimo per presentare la domanda di partecipazione.

Il caso più eclatante, di sicuro, riguarda i docenti abilitandi per il sostegno: si tratta di circa 5.000 docenti che vedranno concludere il proprio percorso abilitante nel mese di Aprile.

I docenti per il sostegno, però, non sono gli unici in questa condizione: difatti, a causa di disservizi ed inefficenze poste in essere da alcuni atenei, sono molti i docenti che non hanno ancora potuto concludere il percorso relativo al II ciclo del TFA e che dovrebbero, a breve, porre fine al proprio percorso abilitativo.

F) Iscritti alla III fascia graduatoria d’istituto.

Nel calderone degli esclusi troviamo anche tutti i docenti che sono inseriti nella III fascia delle graduatorie di istituto, i quali pur essendo in possesso di vari titoli d’idoneità all’insegnamento e svolgendo di fatto, con riferimento a supplenze di breve periodo, mansioni identiche a quelle svolte dai docenti di ruolo, non avranno la possibilità di presentare la domanda di partecipazione al concorso.

G) Classi di concorso senza abilitati

Altra posizione delicata è quella relativa agli aspiranti per le classi di concorso di nuova creazione per le quali già il Consiglio superiore della Pubblica Amministrazione nel parere del 28 gennaio scorso ha sottolineato la opportunità, vista la mancanza di docenti abilitati nelle classi sopra indicate, di consentire la partecipazione “per i precari aventi i medesimi requisiti dei docenti di ruolo e che possono transitare in opzione su tali insegnamenti e che tali requisiti vengano enunciati chiaramente nel bando”. Circostanza che non si è verificata. Quindi vi sono classi di concorso alle quali allo stato nessuno può partecipare.

H) I diplomati che hanno conseguito il titolo al termine di un percorso di sperimentazione.

Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, con parere reso il 28 gennaio 2016, al punto 9 ha sottolineato l’esigenza di chiarimenti circa l’equipollenza tra i diplomi magistrali ante 2001/2002 ed altri diplomi conseguiti al termine del percorso di sperimentazione.

Nel bando, però, si parla genericamente di candidati in possesso del titolo di studio conseguito entro l’anno scolastico 2001- 2002 “al termine di corsi quadriennali e quinquennali sperimentali dell’istituto magistrale, aventi valore abilitante” e si escludono espressamente i candidati in possesso del diploma di sperimentazione ad indirizzo linguistico di cui alla Circolare ministeriale 11 febbraio 1991, n. 27 perché, secondo il MIUR il loro “piano di studio non prevede le materie caratterizzanti necessarie ai fini del riconoscimento del valore abilitante del titolo”. Ciò nonostante il Consiglio di Stato, con la pronuncia del 17 settembre 2014, n. 4723, ha riformato la sentenza del TAR Lazio che contestava la mancanza di efficacia abilitativa del titolo in esame, affermando che “la questione consistente in concreto nella utilità o meno del diploma rilasciato da un Istituto magistrale, al termine di un corso sperimentale ad indirizzo linguistico, ai fini della ammissione al concorso per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento e, quindi, dell’accesso ai ruoli provinciali della scuola elementare, il cui bando richiedeva, ai fini dell’ammissione stessa (senza limitazione o precisazione riduttiva alcuna), il possesso di diploma di scuola magistrale deve essere risolta nel senso opposto a quello indicato dal giudice di primo grado e, quindi, favorevolmente alla pretesa dell’odierna appellante”.

Pertanto i soggetti in possesso di diplomi conseguiti a seguito di un percorso di sperimentazione, come ad esempio quelle linguistiche, che però non risultano equiparati ai titoli abilitativi non potranno partecipare al concorso.

Alla luce di ciò, cosa si può fare per essere Ammessi?

L’unica soluzione percorribile è presentare immediatamente Ricorso presso il Tar competente.

Così facendo si potrà ottenere un provvedimento giurisdizionale che consentirà la presentazione della domanda e l’accesso alla selezione.

Cosa aspetti contatta lo studio e riceverai un parere gratis sul Caso senza alcun impegno.

 

 

 

anatocismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L' Avv. Claudio Laspada si occupa di contenzioso nei confronti delle banche avente ad oggetto la ripetizione delle somme illegittimamente ed indebitamente richieste al correntista a titolo di interessi anatocistici e di commissioni di massimo scoperto.

E’ bene sapere che:

  1. Qualunque cittadino o azienda che abbia intrattenuto con una banca rapporti di conto corrente, usufruendo di apertura di credito con saldi passivi, dal 1950 sino al 2000, ha sicuramente subito illeciti addebitamenti di interessi anatocistici.
  2. E’ possibile richiedere all’istituto di credito il rimborso di quanto illegittimamente trattenuto dalla stessa nel caso in cui il conto corrente non sia ancora chiuso o sia stato chiuso entro gli ultimi dieci anni.
  3. Occorre che il correntista abbia conservato gli estratti conto trimestrali

CONSULENZA ANATOCISMO 

Lo studio offre consulenza ed assistenza alle aziende che siano interessate ad ottenere il rimborso dalle banche delle somme abusivamente trattenute da quest’ultime.
Per quanto attiene alle SPESE LEGALI richieste dallo studio, esse verranno concordate con il cliente caso per caso; il criterio utilizzato, comunque, comparta un minimo esborso da parte del cliente nella fase iniziale ed il pagamento successivo degli onorari ancorato e proporzionale al risultato conseguito.
Per il calcolo degli interessi ultralegali sarà necessario far eseguire una perizia econometrica-tecnico contabile da parte del consulente dello studio, il quale, da un primo esame degli estratti conto, sarà in grado di valutare la economicità e l’utilità per il cliente di procedere nel contenzioso.

La prima analisi del caso ed il preventivo sono gratuiti.

L’iter della pratica seguirà il seguente corso.

  • Analisi della pratica e perizia contabile
  • Assunzione dell’incarico da parte dello studio
  • Diffida alla banca
  • Ricorso alla procedura di mediazione obbligatoria ai sensi del D.lgs n.28/2010
  • In caso di mancato accordo (sono i casi di gran lunga più frequenti) citazione in giudizio dell’istituto di credito

CENNI STORICI E GIURIDICI SULL’ANATOCISMO BANCARIO

La questione relativa all’anatocismo attuato dalle banche dagli anni 50 sino alla nota sentenza della Cassazione del marzo 1999 è ormai comunemente nota.
Per illegittima applicazione di interessi bancari anatocistici, si intende la pratica di addebitare gli interessi passivi, relativi a somme date a credito al correntista, con scadenza trimestrale.
Tali interessi, riportati trimestralmente sull’estratto conto del cliente, assumono veste di capitale in modo da produrre a loro volta interessi passivi. 
La pratica di applicare interessi anatocistici è stata messa in atto dagli istituti di credito per il periodo che va dagli albori del Codice civile sino alla emanazione del decreto Legislativo 342/99 e della delibera del CICR dl 9/02/2000.
La giurisprudenza di legittimità per molti anni ha avallato il modus operandi delle banche sino a quando, cambiando orientamento (sentenze 2374, 3096 e 3845/1999) non ha, affermato l’illiceità del sistema.
Non trovava, dunque, più accoglimento l’impostazione giuridica sostenuta dalle banche secondo cui, in presenza di un uso normativo, in vigore da anni, gli istituti potevano derogare al disposto dell’art.1283 C.C. che recita testualmente:
In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi scaduti da almeno sei mesi”.
In forza del nuovo orientamento giurisprudenziale si rendeva necessaria una nuova legislazione che regolamentasse la materia.
In tal senso con Decreto 342 del 4/08/1999 il Governo attribuiva al CICR il potere di stabilire, con apposita delibera, le modalità ed i criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio della attività bancaria, assicurando che alla clientela dovesse essere assicurata la “stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori che creditori”.
Il 9/02/99 il CICR emanava il provvedimento di sua competenza che entrava in vigore il 22/04/2000.
Per quanto attiene il divieto di anatocismo per il periodo antecedente alla succitata legge “salva banche”, la giurisprudenza di legittimità ha continuato a pronunciarsi sfavorevolmente per gli istituti bancari : Cass.n. 6263/01- 1281/02 – 4490/02-8442/02-2593/03- 12222/03 – 13739/03 – 3805/04 – 4095/05.
Da ultimo, a conclusione della annosa diatriba giudiziaria, si è pronunciata la Suprema Corte a Sezioni Unite (n.21095/2004) che ha definitivamente respinto gli assunti delle banche.
Le Sezioni Unite sono state chiare nel respingere l’assunto secondo il quale, per tutto il periodo antecedente al 1999, sarebbe esistita una diffusa opinio iuris, e quindi un vero e proprio uso normativo, che avrebbe legittimato l’applicazione degli interessi anatocistici.
Sosteneva, infatti, la banca ricorrente, che solo a partire dal 1999, a seguito di una diversa sensibilizzazione della clientela di fronte a certi aspetti giuridico-etici, ci sarebbe stata la ribellione contro il sistema prima accettato.L
a Cassazione, nella sua massima composizione, ha definitivamente ribadito che: “Gli usi contrari, suscettibili di derogare al precetto del 1283 C.C., sono non i meri “usi negoziali” di cui all’art. 1340 C.C. , ma esclusivamente i veri e propri “usi normativi”, di cui agli art.1 e 8 disp. Prel. Cc, consistenti nella ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratta di un comportamento giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme ad una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento giuridico ( opinio juris ac necessitatis) .” 
La sentenza rileva poi come la clientela degli istituti di credito, lungi dal ritenere legittima l’imputazione trimestrale degli interessi, si sia semplicemente adeguata, stante l’impossibilità di negoziare condizioni diverse.
Ancora le Sezioni Unite hanno rigettato gli argomenti delle banche in ordine alla non retroattività del divieto di applicazione degli interessi anatocistici.
Atteso, dunque, il reiterato indirizzo della giurisprudenza di legittimità e di merito, nonché il fallito tentativo del governo di eliminare l’onere per le banche della restituzione delle somme illegittimamente incassate (si ricorda che il D.L.342/99 prevedeva di sanare retroattivamente l’operato delle banche e che detta statuizione è stata abrogata dalla sent. 425/00 Corte Cost.) è evidente che tutte le somme percepite illegittimamente dagli istituti di credito negli anni precedenti al 2000 devono essere restituite ai correntisti.
Tuttavia così non avviene e, abusando della propria posizione di potere, le banche, seguendo un indirizzo concordato associativamente, non danno corso a richieste stragiudiziali e resistono in causa a mero fine defatigatorio e dilatorio.
Non solo, le banche, forti delle loro influenze politiche, al fine di evitare la restituzione ai cittadini delle somme incassate in violazione di norme giuridiche, hanno recentemente fatto pressione al fine di ottenere una legge che, limitando i termini di prescrizione, rendesse di fatto impossibile l’azione di recupero da parte dei correntisti.
Veniva così emanata un’apposita norma, subito definita “SALVA BANCHE” (art.2, comma 61 D.l. 225/2010 (c.d.Milleproroghe) convertito nella Legge n.10/2011), la quale prevedeva che il termine prescrizionale dell’azione di recupero nei confronti delle banche decorresse dal giorno dell’addebito e non, come aveva stabilito la Corte di Cassazione a sezioni unite dal giorno di chiusura del conto . Peraltro la norma aveva dichiaratamente effetto retroattivo.
Con questa disposizione lo stato impediva ai cittadini il recupero dei crediti, risultando prescritte tutte le posizioni.
Per fortuna, a conferma che il nostro è uno stato di diritto, e che il pernio dei nostri diritti è la Costituzione, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 78 del 5 Aprile 2012, ha abrogato la succitata norma in quanto emanata in violazione dell’art. 3 e 117 Cost.
E’ allora ancora possibile, nei casi in questione, per i cittadini, agire per la salvaguardia dei propri diritti.

LE COMMISSIONI DI MASSIMO SCOPERTO – ANATOCISMO 

Oltre agli interessi anatocistici un ulteriore onere è stato posto in capo al correntista da parte delle banche, si tratta della commissione di massimo scoperto.
La commissione è stata giustificata dagli istituti di credito, quale rischio della variazione del costo della provvista, considerato che l’apertura di un conto corrente comporta per la banca la necessità di reperire copertura finanziaria.
La commissione di massimo scoperto rappresenta dunque un maggiore guadagno per la banca, andando ulteriormente ad indebitare il correntista.G
li istituti di credito utilizzano diversi sistemi di calcolo per conteggiare la commissione: vi è il criterio assoluto quando è calcolata sul massimo saldo passivo del trimestre, il criterio relativo quando viene calcolata sul saldo negativo protrattosi per almeno 10 giorni, il criterio misto che tiene conto di entrambi i sistemi.
Tuttavia la giurisprudenza che si è andata formando in questi anni è concorde nel ritenere che detta commissione non possa essere addebitata dalla banca in difetto di espressa convenzione.
Si veda in punto:

  • Cass. Civ. sez. I , 14/05/2005 n. 10127
  • Trib. Pescara, 5/01/2006 n.298
  • Trib. Velletri, 16 Marzo 2009 n.548
  • Trib. Trento, 3 Febbraio 2010 n.125
  • Trib. Arezzo, 19 Agosto 2009 n.716
  • Trib. Ferrara, 16 Aprile 2009 n.642

Ancora è stata dichiarata nulla la clausola contrattuale che, pur statuendo l’applicazione della commissione di massimo scoperto, non ne determini il metodo di calcolo, ma si limiti a stabilire unicamente la percentuale.

  • Trib. Vibo Valentia 16/01/ 06 n.23

Ma vi è di più.

La giurisprudenza di merito ha in modo costante rilevato che, anche qualora prevista contrattualmente, la commissioni di massimo scoperto è da ritenersi nulla per mancanza di causa.
E’ stata infatti ritenuta priva di fondamento la tesi delle banche secondo cui la commissione svolge la funzione corrispettivo per il maggior rischio, per la banca, in caso di incremento dell’utilizzo del fido da parte del correntista.
Se così fosse, infatti, la banca dovrebbe applicare la commissione ad ogni variazione di utilizzo e per tutta la sua durata.
Le clausole relative alle commissioni di massimo scoperto sono dunque nulle per mancanza di causa in quanto risultano estremamente imprecise nella determinazione del loro contenuto non individuando la causa giustificativa dell’attribuzione dell’onere al cliente.
Così analizzate, le clausole de quibus non possono che costituire un ulteriore interesse corrispettivo non pattuito posto a carico del correntista . In tal senso:

  • Trib. Patti 10/06/2006 n.155
  • Trib. Milano 4/07/2002
  • Trib. Mondovì, 17 /02/2009 n. 70

Coerentemente con gli assunti illustrati, la giurisprudenza ha affermato la validità della clausola relativa commissione di massimo scoperto esclusivamente nel caso in cui il correntista abbia utilizzato somme oltre il limite del fido.
Infatti la dizione stessa della commissione implica che si tratti di un costo applicato dalla banca in relazione ad importi utilizzati oltre l’affidamento concesso.
Del resto l’utilizzo di somme entro il limite del fido non costituisce tecnicamente uno scoperto: Trib. Mantova, 21/0472007.
Chiariti i criteri di valutazione dell’efficacia giuridica della clausola sulla commissione di massimo scoperto, occorre affrontare il problema della applicazione trimestrale della stessa .
Nel caso di nullità per i motivi dianzi esposti nulla quaestio, le somme andranno integralmente restituite al correntista.
Nel diverso caso di validità della clausola, la commissione non può però essere calcolata trimestralmente, stante il divieto ormai acclarato dalla giurisprudenza.
Vedasi in punto : Trib.Lecce sent.11/03/2005 – Trib. di Cosenza n. 623/2002 – Trib. di Lecce n. 2598 del 08/10/1997 – G. di Pace di Palermo del 10/12/1997 – Trib. Trapani 7/07/04 – Trib Torino 23/07/03, Trib. Roma 28/11/2002, Trib. Reggio Calabria 28/06/2002.
La inapplicabilità delle commissioni di massimo scoperto con scadenza trimestrale trae origine dalle seguenti argomentazioni.
“ Sia che tale commissione sia un accessorio che si aggiunge agli interessi passivi, come potrebbe inferirsi dall’essere conteggiata in una misura percentuale dell’esposizione debitoria massima raggiunta e quindi sulle somme effettivamente utilizzate nel periodo considerato, che solitamente è trimestrale e dalla pattuizione della sua capitalizzazione trimestrale come per gli interessi passivi, sia che la medesima commissione abbia una funzione remunerativa dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determinata somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo, la capitalizzazione trimestrale non è dovuta atteso che , nell’un caso le clausole anatocistiche sono nulle, e, nell’altro caso la disciplina dell’anatocismo, prevista dall’art. 1283 C.C., espressamente per gli interessi scaduti non è estensibile ad un corrispettivo autonomo dagli interessi. “Trib.Trapani 7/07/04.

L’ USURA

Da quanto sopra discende che le somme richieste dalla banca ed imputate al correntista trimestralmente per commissione di massimo scoperto, altro non sono se non un ulteriore interesse corrispettivo, il quale sommato all’interesse sullo scoperto di conto, nonché agli interessi anatocistici, va a modificare il tasso applicato dalla banca sino a condurlo, in alcuni casi, nell’alveo dell’usura. .
In punto appare puntuale il richiamo al provvedimento del Tribunale di Napoli, sez. GIP, 21 giugno 2006 con cui il giudice ha rigettato la richiesta di archiviazione relativa ad un procedimento per usura, ritenendo che, al fine del superamento del tasso della soglia di usura, anche le commissioni di massimo scoperto devono rientrare nel calcolo del tasso effettivo applicato dall’istituto di credito.
Nel senso suindicato si è recentemente pronunciata la Suprema Corte la quale ha affermato la correttezza della decisione del giudice del merito, chiamato a valutare il superamento della soglia di usura, che aveva considerato le commissioni di massimo scoperto al fine del calcolo del tasso .

  • Corte di Cassazione 26/03/2010 n. 12028

In particolare la Suprema Corte ha affermato che “ il chiaro tenore letterale del comma 4 dell’art.644 cod.pen. (secondo il quale per la determinazione del tasso di interesse usuraio si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito) impone di considerare rilevante ai fini della determinazione della fattispecie di usura, tutti gli oneri che l’utente sopporti in connessione con il suo uso del credito. Tra essi rientra indubbiamente la commissione di massimo scoperto trattandosi di un costo indiscutibilmente collegato all’erogazione del credito, giacchè ricorre tutte le volte in cui il cliente utilizza concretamente lo scoperto di conto, e funge da corrispettivo per l’onere a cui l’intermediario finanziario si sottopone, di procurarsi la necessaria provvista di liquidità per tenerla a disposizione del cliente. Ciò comporta che, per la determinazione del tasso effettivo globale praticato dall’intermediario finanziario nei confronti del soggetto fruitore del credito deve tenersi conto anche della commissione di massimo scoperto ove praticata. ”

 

 

MEDICI SPECIALIZZANDI 1994-2006: AVETE DIRITTO AL PAGAMENTO DELLE DIFFERENZE RETRIBUTIVE

Medici Ex specializzandi risarciti a peso d’oro dallo Stato: anche fino a 100.000 euro per medico. Sono migliaia i ricorsi accolti dai tribunali di 1°e 2°grado per le borse di studio mai erogate o incomplete ai medici specializzandi. Violate le norme UE, una bomba da 4 miliardi di euro. La storia è tipicamente italiana, una storia di omissioni, di diritti calpestati e se vogliamo, anche di sprechi. Di quelle storie che iniziano male ma che hanno per alcuni un lieto fine e per altri, le casse dello Stato, un finale non affatto lieto, anzi da brividi. Una storia, una delle tante, di ricorsi giudiziari fatta nei confronti dello Stato da parte di dipendenti, in questo caso medici, discriminati sulla base di alcune norme europee violate. In particolare, Con le Direttive Europee nn. 75/362/CEE, 75/363/CEE, 82/76/CEE (sistematicamente coordinate con la Direttiva 93/16CEE), in materia di formazione dei medici specialisti e dei corsi per il conseguimento dei relativi diplomi, erano state prescritte a tutti gli Stati membri, le condizioni e le modalità di svolgimento dei vari corsi di specializzazione, che avevano stabilito condizioni omogenee di accesso e di formazione, prevedendo che le attività di formazione, sia a tempo pieno, sia a tempo ridotto, dovessero formare oggetto di “adeguata rimunerazione”. Il Legislatore Italiano, invece, non si adeguava a tale perentoria disposizione, tanto è vero che la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, con sentenza del 07 Luglio 1987 (causa C-49/86, Commissione CEE c. Repubblica Italiana), dichiarava che “Non avendo adottato nel termine perentorio le disposizioni necessarie per conformarsi alla Dirrettiva 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982, la Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del Trattato CEE”. Lo Stato dunque corse ai ripari? Macchè! Infatti successivamente, con decreto legislativo del 08 agosto 1991, n. 257, il legislatore nazionale riordinando l’accesso alle scuole di specializzazione e le relative modalità di formazione, stabiliva in favore degli specializzandi un borsa di studio annuale di lire 21.500.000, prevedendo (art. 8, 2° comma), però, che tali disposizione trovassero applicazione solamente in favore dei medici ammessi alle scuola di specializzazione, a decorrere dall’anno accademico 1991/1992. L’ UGL- MEDICI  attraverso il proprio legale, l’AVV. Graziangela Berloco comunica che per la ritardata e parzialmente omessa attuazione delle direttive europee, è possibile ricorrere in giudizio per il riconoscimento economico retroattivo del periodo di formazione o di risarcimento del danno, per i medici iscritti alle scuole di specializzazione nel periodo 1982 -1991.

Non solo. Stesso diritto spetta altresì ai medici specializzati iscritti al corso di specializzazione dall’A.A. 1993/1994 all’A.A.2006/07 , per il  rimborso delle differenze retributive. In questi casi la borsa di studio è stata si corrisposta, ma senza il pagamento degli oneri  previdenziali e la copertura assicurativa dei rischi professionali e degli infortuni. Gli specializzandi italiani hanno continuato a percepire una borsa di studio pari a € 930,00 mensili, al lordo delle trattenute assicurative, senza alcun diritto a ferie, pensione, maternità e malattie. In tale periodo i medici specializzandi hanno ricevuto la borsa di studio  di cui al D.lgs. 257/1991 bloccata al valore del 1992, senza l’applicazione prevista dall’art. 6 del citato decreto della rideterminazione triennale e della indicizzazione annuale della borsa stessa. Il principio comunitario dell’adeguata remunerazione doveva essere garantito in Italia mediante un meccanismo di adeguamento delle borse di studio, comprendente la sua indicizzazione annuale per l’adeguamento al costo della vita nella misura del tasso programmato di inflazione e la sua rideterminazione triennale in funzione perequativa in funzione del miglioramento stipendiale tabellare minimo previsto dalla contrattazione collettiva relativa al personale medico neoassunto dipendente dal SSN. Tale meccanismo di adeguamento è stato utilizzato solo per l’anno 1992 e da allora l’emolumento è rimasto bloccato fino al 2006. Questo atteggiamento è stato sanzionato sia dalla Corte App.Milano (s. 4832 del 24 luglio’13) che dalla Suprema Corte di Cassazione, Sez. Lav., 29/10/2012 n. 18562.

Non può, quindi, ritenersi equo e corretto concedere i succitati vantaggi economici solo a partire dall’anno 2006/2007, non considerando tutti coloro in quali ne avrebbero avuto diritto a far data dall’anno 1999, ragion per cui si propone ricorso in tal senso.

A disposizione per ogni chiarimento, supporto, richiesta ed azione per ottenere il pagamento del dovuto. Informazioni disponibili sul sito compilando il modulo “richiedi assistenza” o chiamando dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 19.

Condominio: solo i proprietari dei boxes pagano le spese di adeguamento 

Cassazione Civ., sez. II,sent.28/08/2015 n° 17268

Se il proprietario non possiede un box o un garage, non sarà tenuto ad accollarsi eventuali spese per i lavori di adeguamento, salvo che una simile previsione non sia espressamente contenuta nel regolamento condominiale. Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione che con la pronuncia n. 17268 del 30 aprile 2015, (depositata il 28 agosto 2015), conformemente ai giudici di primo e secondo grado, ha respinto il ricorso di un Condòminio contro la sentenza che escludeva dal  pagamento delle spese di adeguamento dei garages chi non ne fosse proprietario. La vicenda portata all’attenzione degli Ermellini origina da un’assemblea condominiale nella quale si era deliberato che tutti dovessero partecipare alle suddette spese. Il Condòmino non proprietario dei garages si rifiutava di rispettare la delibera assunta e decideva di non pagare.Gli veniva pertanto notificato il decreto ingiuntivo contro il quale proponeva opposizione.L’opponente sosteneva che “non era proprietario di posti auto, di boxes ovvero di cantinole nè godeva di servitù di passaggio sulla rampa e sullo spazio di manovra e di accesso ai garages; che, siccome evincevasi dall'art. 3 del regolamento condominiale, i posti - auto, i boxes e le cantinole poste al primo ed al secondo piano interrato erano di esclusiva proprietà dei rispettivi acquirenti, titolari di servitù attiva sulle corsie condominiali di manovra; che dunque le spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei garages dovevano essere ripartite esclusivamente tra i condomini che ne fruivano in ragione di millesimi a ciascuno spettanti”.I giudici di primo e secondo grado, ritenendo fondate le argomentazioni, accoglievano l’opposizione e lo escludevano dal pagamento delle spese di adeguamento dei boxes.Avverso la decisione dei giudici territoriali veniva proposto ricorso per Cassazione che la Suprema Corte, condividendo l’esito dei due gradi di giudizio precedenti, rigettava.In particolare, il ricorrente sosteneva che l’impugnazione della delibera fosse da considerarsi tardiva, in quanto avveniva solo mediante l’opposizione al decreto ingiuntivo.Con il secondo motivo di ricorso invece ribadiva per l’ennesima volta che, essendo un condominio, tutti dovessero partecipare alle spese ordinarie, straordinarie e di adeguamento dei boxes, indipendentemente dal fatto di essere proprietari o meno di tali locali.Il Supremo Collegio esamina attentamente i due motivi e giunge a tali conclusioni; in primo luogo, l’impugnazione della delibera non può ritenersi tardiva in quanto nel caso di specie non deve essere applicato l’art. 1137 c.c.Come è noto infatti, il termine perentorio di 30 giorni, previsto dall’articolo de quo, deve essere rispettato solo in presenza di una delibera annullabile. Nel caso in esame invece la delibera è da considerarsi assolutamente nulla.La Suprema Corte, avallando l’orientamento ormai dominante, ha ribadito infatti che “le delibere relative alla ripartizione delle spese sono nulle, se l'assemblea, esulando dalle proprie attribuzioni, modifica i criteri stabiliti dalla legge o, in via convenzionale, da tutti i condomini (cfr. Cass. 29.3.2007, n. 7708)”. A tal proposito, la giurisprudenza maggioritaria insegna che “In materia di delibere condominiali sono affette da nullità - che anche il condominio il quale abbia espresso il voto favorevole può fare valere - quelle con cui a maggioranza sono stabiliti o modificati i criteri di ripartizione delle spese comuni in difformità da quanto previsto dall’art. 1123 c.c. o dal regolamento condominiale contrattuale, essendo necessario, a pena di radicale nullità, il consenso unanime dei condomini, mentre sono annullabili e, come tali, suscettibili di essere impugnate nel termine di decadenza, di trenta giorni di cui all’art. 1137 c.c., u.c., le delibere con cui l’assemblea, nell’esercizio delle attribuzioni previste dall’art. 1135 c.c., n. 2 e 3, determina in concreto la ripartizione delle spese medesime in difformità dei criteri di cui al citato art. 1123 c.c. ”(Cassazione civile, sez. II, sentenza 19.03.2010 n° 6714). Solo per completezza si ricorda che l’art. 1123 secondo comma cod. civ.prevede che “Se si tratta di cose destinate a servire i condomini in misura diversa, le spese sono ripartite in proporzione all’uso che ciascuno può farne”. Giova evidenziare che è ammissibile la derogabilità dell'art. 1123 c.c.che è esplicitamente stabilita dal primo comma dell'art. 1123 stesso. Tale derogabilità concerne sia il criterio di proporzione tra quote e spese, sia la regola di ripartizione in rapporto all'uso di cui al secondo comma. La convenzione che determina la deroga deve consistere però in un atto sottoscritto da tutti i Condòmini interessati. In buona sostanza, il criterio legale di ripartizione delle spese è derogabile dall’accordo unanime dei condòmini, che è espressione della loro autonomia negoziale. Tale accordo può essere contenuto in un regolamento di condominio di natura contrattuale ovvero essere oggetto di una delibera assembleare adottata all’unanimità dei condòmini. Sarebbe nulla e, pertanto, impugnabile senza limitazioni di tempo, una delibera che, in mancanza di accordo unanime, disponesse una ripartizione delle spese in base a criteri diversi da quello legale, mentre sarebbe annullabile quella che in concreto ripartisse le spese in violazione dei criteri di ripartizione già stabiliti.  Appare infine necessaria un’ultima precisazione: è di fondamentale importanza infatti distinguere tra regolamento contrattuale condominiale e regolamento assembleare. Il regolamento può essere infatti: "contrattuale" o negoziale, spesso già inserito nell'atto di compravendita dal costruttore-venditore e accettato e sottoscritto da tutti i condomini, ed "assembleare", quando sono i Condòmini a dotarsene attraverso il voto dell’assemblea. Mentre gli ordinari regolamenti condominiali, approvati ai sensi dell'art. 1138, comma 3, c.c., dalla maggioranza dei partecipanti, non possono importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle parti di loro esclusiva proprietà, dovendo ritenersi esorbitanti dalle attribuzioni dell'assemblea, è invece legittima la previsione, nei regolamenti contrattuali, di clausole che impongono divieti o che di fatto incidono sui diritti dei condomini, poiché tali disposizioni hanno natura contrattuale, in quanto vanno approvate e possono essere modificate con il consenso unanime dei comproprietari, dovendo necessariamente rinvenirsi nella volontà dei singoli la fonte giustificatrice di atti dispositivi incidenti nella loro sfera giuridica.

Danno da nascita indesiderata e diritto a non nascere: quali prospettive? Cassazione civile , sez. III, ordinanza interlocutoria                                   23.02.2015 n° 3569

La Suprema Corte, nella presente ordinanza, si interroga sulla tematica del cosiddetto danno da nascita indesiderata che ricorre quando, a causa del mancato rilievo dell'esistenza di malformazioni congenite del feto, la gestante non ha la possibilità di interrompere la gravidanza. Nello specifico, due genitori di una bimba affetta da sindrome di Down agivano nei confronti dell’Azienda Sanitaria, del medico ginecologo e del direttore del laboratorio di analisi chiedendo il risarcimento del danno da «nascita non desiderata» per non aver potuto scegliere consapevolmente, a seguito degli opportuni accertamenti, di interrompere la gravidanza (dopo i primi 90 giorni).


Per la Cassazione, due sono le questioni, oggetto di contrastanti orientamenti di legittimità, da rimettere al vaglio delle Sezioni Unite: quella relativa all'onere probatorio e quella concernente la legittimazione del nato alla richiesta risarcitoria............


Infermiere responsabile se non segnala l'errore al medico Cassazione penale , sez. IV, sentenza 16.01.2015 n° 2192

L'infermiere, in considerazione della qualità e del corrispondente spessore contenutistico della relativa attività professionale, ha un preciso dovere di attendere all'attività di somministrazione dei farmaci in modo non meccanicistico (ossia misurato sul piano di un elementare adempimento di compiti meramente esecutivi), occorrendo viceversa intenderne l'assolvimento secondo modalità coerenti ad una forma di collaborazione con il personale medico orientata in termini critici; e tanto, non già al fine di sindacare l'operato del medico (segnatamente sotto il profilo dell'efficacia terapeutica dei farmaci prescritti), bensì allo scopo di richiamarne l'attenzione sugli errori percepiti (o comunque percepibili), ovvero al fine di condividerne gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita rispetto all'ipotesi soggetta a esame....

La responsabilità del medico ospedaliero è extracontrattuale Tribunale Milano, sez. I civile, sentenza 02.12.2014 n° 1430

Ha carattere extracontrattuale la responsabilità del medico dipendente e/o collaboratore della struttura sanitaria, autore della condotta attiva o omissiva produttiva del danno subìto dal paziente. Così ha statuito il Tribunale di Milano nella sentenza del 2 dicembre 2014, n. 1430.

Nel caso in esame, il Giudice adìto ha valutato la condotta dei sanitari convenuti dipendenti di struttura sanitaria, cui collegare l’eventuale responsabilità risarcitoria nei confronti del paziente danneggiato da tale condotta; tale esame è stato effettuato dopo aver analizzato l’orientamento espresso da vari giudici di merito e di legittimità, dal Tribunale di Milano nella sentenza 23 luglio 2014, n. 9683, nonché dalla L. n. 189/2012 volta a riconsiderare alcuni profili della responsabilità sanitaria del medico in campo penale e civile.

La Corte di giustizia UE è intervenuta con una pronuncia nel settore scuola sostenendo che la normativa italiana penalizza i precari che devono essere assunti.

Per la Corte di giustizia UE infatti "la normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’'Unione".

La normativa italiana prevede un sistema per la sostituzione del personale docente e amministrativo nelle scuole statali. Secondo cui si provvede, in particolare, alla copertura dei posti effettivamente vacanti e disponibili entro il 31 dicembre mediante supplenze annuali «in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali».

Tali supplenze sono effettuate attingendo da graduatorie nelle quali sono iscritti in ordine di anzianità i docenti che hanno vinto un concorso, senza tuttavia ottenere un posto di ruolo, nonché quelli che hanno seguito dei corsi di abilitazione tenuti da scuole di specializzazione per l’insegnamento.

I docenti che effettuano siffatte supplenze possono essere immessi in ruolo in funzione dei posti disponibili e della loro progressione in tali graduatorie.

L’immissione in ruolo può anche avvenire direttamente in seguito al superamento di concorsi tuttavia interrotti tra il 1999 e il 2011.

Il fatto che un lavoratore che abbia effettuato supplenze non possa ottenere un contratto a tempo indeterminato se non con l’immissione in ruolo per effetto dell’avanzamento in graduatoria è aleatorio e non costituisce quindi una sanzione sufficientemente effettiva e dissuasiva ai fini di garantire la piena efficacia delle norme adottate in applicazione dell’accordo quadro.

Quale scenario si apre a seguito della sentenza della UE ?

Ciò che davvero conta è che il contratto al 30 giugno non sia stato stipulato per ragioni sostitutive, cioè per l'esigenza di supplire alla temporanea assenza di un titolare.

I requisiti essenziali per avviare il contenzioso sono:

il superamento dei 36 mesi di servizio in forza di contratti stipulati su posti vacanti, pertanto sono necessari almeno 4 contratti, di cui l'ultimo anche in corso di svolgimento, purché il totale dei mesi di effettivo servizio sia pari ad almeno 36 mesi e l'abilitazione, Tuttavia, si dovrà valutare la possibilità di aprire le adesioni anche al personale non abilitato.

Per ulteriori informazioni sulla possibilità di fare ricorso contattaci............le risposte saranno fornite in tempi rapidi.



VITTIME DI INGIUSTIZIE ECCO COME OTTENERE UN EQUO INDENNIZZO

L’ordinamento italiano tutela sia le “vittime” dei ritardi della giustizia, ovvero tutti coloro che sono incappati in un processo con una durata irragionevole; sia le “vittime” degli errori giudiziari, ovvero  quelle persone che hanno dovuto ingiustamente scontare un periodo di detenzione (anche agli arresti domiciliari) per poi essere dichiarate innocenti con sentenza irrevocabile “perchè il fatto non sussiste, o per non aver commesso il fatto, o perchè il fatto non costituisce reato o non e’ previsto dalla legge come reato”.

In entrambi i casi, la legge prevede il diritto ad un equo indennizzo per la riparazione del danno.

Nel primo caso, ovvero per le vittime dei ritardi della giustizia, la tutela è offerta dalla Legge n. 89/2001, cd. Legge Pinto, che prevede il diritto al risarcimento del danno per l’eccessiva durata dei processi.

Secondo la giurisprudenza ormai consolidata, la ragionevole durata di un processo viene quantificata in 3 anni per il giudizio di Primo Grado, in 2 anni per l’Appello, in 1 anno per quello di Cassazione.

Oltre tale periodo, la durata diventa “irragionevole” e determina il diritto al risarcimento del danno pari a circa 1.000,00 Euro per ogni anno di ritardo. Per le “vittime” degli errori giudiziari, lo strumento di tutela è rappresentato dall’art. 314 c.p.p. che prescrive il diritto ad un’equa riparazione per chi ha ingiustamente subito un periodo di detenzione e poi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile.

In tali casi, la giurisprudenza tende a liquidare al povero malcapitato un indennizzo pari a circa 235,00 Euro per ogni giorno di ingiusta detenzione subita.

Lo Studio Legale ha maturato una consolidata esperienza nel campo dell’equo indennizzo, grazie alla quale è in grado di offrire la propria assistenza a costo zero, rischiando insieme al cliente sull’esito del giudizio.

La consulenza, la proposizione del ricorso e la successiva fase di esecuzione, avvengono gratuitamente, salvo il riconoscimento, solo nel caso di esito positivo, di una percentuale sull’indennizzo che sarà liquidato in favore del cliente; in caso di esito negativo invece nessun compenso sarà dovuto allo studio legale.

Se non ci credi contattaci al più presto! il ricorso per l'eccessiva durata del processo è gratis


Esecuzione anche contro l’occupante abusivo dell’immobile
Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza 2 settembre 2013 n. 20053

La Suprema corte ha dunque stabilito che “in tema di esecuzione forzata per rilascio, legittimato passivo dell’azione esecutiva è colui che si trova ad occupare il bene oggetto dell’esecuzione; pertanto, qualora sia stato disposto il rilascio dell’immobile detenuto dal convenuto, il titolo può essere eseguito dall’attore anche nei confronti del terzo occupante abusivo, il quale potrà fare valere eventualmente le proprie ragioni ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. se sostiene di detenere l’immobile in virtù di un titolo autonomo e perciò non pregiudicato da detta sentenza; o ai sensi dell’art. 404, comma secondo, cod. proc. civ., se invece sostiene la derivazione del suo titolo da quello del convenuto ed essere la sentenza frutto di collusione tra le parti”.

Responsabile il medico che per primo sbaglia la diagnosi

Colpevole il medico del pronto soccorso che dimette un paziente senza accorgersi di una perforazione gastrica in corso anche se poi segue un successivo ricovero ed una operazione con nuove dimissioni una volta accertato che la situazione è disperata. 

Infatti “la successiva condotta, costituente colpa medica, pur se grave (se del caso, quindi, la decisione di dimettere Il paziente), ove non abbia le caratteristiche dell’imprevedibilità ed inopinabilità (nel senso di estemporaneità, integrante fatto atipico), non interrompe il nesso dl causalità; né la mera accelerazione della produzione dell’evento, destinato comunque a compiersi, sulla base di una valutazione dotata di un alto grado di credibilità razionale, tenuto conto dell’evidenza disponibile, è capace di ingenerare l’effetto sperato dai ricorrent

Lo ha stabilito la Cassazione IV sez. penale,nella Sentenza 30 agosto 2013 n. 35828.

http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/penale/sentenzeDelGiorno/2013/08/responsabile-il-medico-che-per-primo-sbaglia-la-diagnosi.html

 

Il patteggiamento non rende automatica la liquidazione dei danni civili.

La sentenza di patteggiamento non fa stato in sede civile, sicché per chiedere il risarcimento del danno ne va innanzi tutto dimostrata l’esistenza e poi la riconducibilità al soggetto che ha chiesto l’applicazione della pena. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 19871/2013, rigettando il ricorso di un uomo che chiedeva di essere ristorato dai danni subiti ad un proprio veicolo.

Secondo gli ermellini il Tribunale ha correttamente ritenuto che il patteggiamento unito alla sola deposizione testimoniale della moglie del ricorrente, “non poteva integrare gli estremi di una prova sufficiente, tanto più che la documentazione prodotta dall’odierno ricorrente a dimostrazione dell’entità dei danni asseritamente subiti era successiva di circa quattro anni rispetto ai fatti di causa”.

“Ne consegue - conclude la sentenza - che l’impugnata sentenza, avendo compiuto una valutazione globale delle prove esistenti, è anche rispettosa del principio affermato da questa Corte secondo cui la sentenza penale di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen. (cosiddetto patteggiamento) - pur non implicando un accertamento capace di fare stato nel giudizio civile - contiene pur sempre un’ipotesi di responsabilità di cui il giudice di merito non può escludere il rilievo senza adeguatamente motivare”. 
E questo è proprio ciò che il Tribunale ha fatto, tenendo conto della sentenza di patteggiamento ma ritenendola insufficiente a far ritenere dimostrato l’illecito civile. 

http://static.ilsole24ore.com/content/AltraDocumentazione/body/14200001-14300000/14241455.pdf

Locazione, per lo sfratto va provata la colpevolezza dell’inadempimento
Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza 27 agosto 2013 n. 19602
Il caso: La presenza di una clausola che prevede espressamente la risoluzione del contratto di locazione non comporta automaticamente lo sfratto perché è sempre necessario provare la colpa nell’inadempimento.
La Massima:«La clausola risolutiva espressa non comporta automaticamente lo scioglimento del contratto a seguito del previsto inadempimento, essendo sempre necessario, per l’articolo 1218 cod. civ., l’accertamento dell’imputabilità dell’inadempimento al debitore almeno a titolo di colpa. Peraltro, tale accertamento dev’essere condotto con riferimento al momento dell’inadempimento e non con riferimento a comportamenti delle parti successivi al suo verificarsi, potendo tali comportamenti successivi all’inadempimento tutelato da clausola risolutiva espressa, ove si verifichino prima della dichiarazione di volersene avvalere assumere semmai solo l’eventuale significato di evidenziare per facta concludentia, a latere della parte che può dichiarare di volersi avvalere della clausola ed ancora non l’abbia fatto, il valore di rinuncia ad esercitare il diritto di avvalersene”

 

Falso in scrittura privata per la moglie che riproduce la firma del marito
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 27 agosto 2013 n. 35543

Il caso: la moglie riproduce la firma del marito per chiedere un prestito è falso in scrittura privata, non conta neppure l’eventuale consenso del marito perché il reato è contro la fede pubblica

La Massima:“sul piano oggettivo, ai fini della sussistenza del reato di falso in scrittura privata (art. 485 cod. pen.), il consenso o acquiescenza della persona di cui sia falsificata la firma, non svolge alcun rilievo, in quanto la tutela penale ha per oggetto non solo l’interesse della persona offesa, apparente firmataria del documento, ma anche la fede pubblica, la quale è compromessa nel momento in cui l’agente faccia uso della scrittura contraffatta per procurare a sé un vantaggio o per arrecare ad altri un danno; pertanto anche l’erroneo convincimento sull’effetto scriminante del consenso costituisce una inescusabile ignoranza della legge penale; sul piano soggettivo, nel delitto in questione, per l’integrazione del dolo specifico non occorre il perseguimento di finalità illecite, poiché l’oggetto di esso è costituito dal fine di trarre un vantaggio di qualsiasi natura, legittimo od illegittimo”.

 

Strada privata o di pubblica utilità? Dipende dall’uso e dall’idoneità.

Affinché: “un’area privata possa ritenersi sottoposta ad una servitù pubblica di passaggio, è necessario, oltre all’intrinseca idoneità del bene, che l’uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di persone e per soddisfare un pubblico, generale interesse.”

Al fine di inquadrare meglio la problematica in oggetto si ritiene utile fornire alcune nozioni di portata generale.

In particolare, appare opportuno sottolineare che qualora si controverta sulla natura pubblica o meno di una strada occorre, anzitutto, riscontrare se vi siano una serie di indici che manifestano la natura pubblica della stessa:1)l’uso pubblico di fatto esercitato da parte di tutti gli utenti della strada; 2) l’ubicazione della strada all’interno dei luoghi abitati; 3) l’inclusione nella toponomastica del Comune ; 4)l’apposizione della numerazione civica; 5)l’apposizione o no di segnaletica stradale;6)la presenza di aree destinate a parcheggio;7)l’illuminazione pubblica 8)la manutenzione della sede stradale; 10)la funzione di raccordo con altre strade e sbocco su pubbliche vie ovvero per l’essere la stessa parte integrante della sede viaria stradale.

In sintesi, dunque, ben potrà una strada privata essere assoggettata ad uso pubblico qualora la stessa sia oggettivamente idonea all’attuazione di un pubblico interesse ovvero qualora la stessa sia idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, esigenze di interesse generale.

La prova della servitù di uso pubblico di una strada, il cui sedime non appartenga ad un Ente pubblico, non può essere desunta da un mero uso pubblico ma richiede un atto pubblico o privato (provvedimento amministrativo, convenzione fra proprietario ed amministrazione, testamento..eccetera) ovvero l’intervenuta usucapione ventennale, fermo restando l’accertamento dell’idoneità della strada a soddisfare esigenze di carattere pubblico. (s.v. Cons di Stat. , Sez. V, 1 dicembre 2003, n. 7831).

In breve, dunque, quello che rileva ai fini della qualificazione è la destinazione della strada, spontanea o esplicita, all’uso pubblico effettivo ovvero il suo inserimento nella rete viaria pubblica.

In tale contesto, pertanto, l’assoggettamento della via privata alla pubblica utilità impone alla Pubblica Amministrazione, quanto meno, una specifica motivazione in ordine sia all’uso pubblico sia all’idoneità della stessa a costituire una via di pubblico transito.

Pertanto, poiché un’area privata possa ritenersi sottoposta ad una servitù pubblica di passaggio: “ è necessario, oltre all’intrinseca idoneità del bene, che l’uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di persone e per soddisfare un pubblico, generale interesse. Ne consegue che deve escludersi l’uso pubblico quando il passaggio venga esercitato unicamente dai proprietari di determinati fondi in dipendenza della particolare ubicazione degli stessi, o da coloro che abbiano occasione di accedere ad essi per esigenze connesse alla loro privata utilizzazione (Cass. Civ., II, 23 maggio 1995, n. 5637), oppure, infine, rispetto a strade destinate al servizio di un determinato edificio o complesso di edifici (Cass. civ., I, 22 giugno 1985, n. 3761)..”( cfr. Cons. di Stat. Sez. V, sentenza n. 728 del 14/02/2012).

In coerenza con gli enunciati appena esposti, dunque, l’assoggettamento di una via privata alla pubblica utilità richiede un’adeguata motivazione in ordine alla concreta idoneità della strada a soddisfare esigenze collettive nonché un titolo valido a sorreggere l’affermazione del diritto di uso pubblico come, ad esempio, la protrazione dell’uso stesso da tempo immemorabile.

Sono vicinali pubbliche le vie di proprietà privata, soggette a pubblico transito. In concreto, il sedime della vicinale, compresi accessori e pertinenze, è privato, di proprietà dei titolari dei terreni latistanti, mentre l’ente pubblico è titolare di un diritto reale di transito a norma dell’art. 825 c.c..

Tale diritto può essersi costituito nei modi più diversi, ossia mediante un titolo negoziale, per usucapione o attraverso gli istituti dell’ “immemorabile”, cioè dell’uso della strada da parte della collettività da tempo, appunto, immemorabile o della “dicatio ad patriam”, che si configura quando i proprietari mettono a disposizione del pubblico la strada, assoggettandola all’uso collettivo (cfr. Cass. Civ. Sent. n.° 12181/1998 "la c.d. Dicatio ad patriam ha come suo indefettibile presupposto, l’asservimento del bene all’uso pubblico nello stato in cui il bene stesso si trovi, e non in quello realizzabile a seguito di manipolazioni quali quelle conseguenti alle irreversibili trasformazioni che caratterizzano il (diverso) istituto dell’accessione invertita".

L’iscrizione di una strada nell’elenco delle vie pubbliche o gravate da uso pubblico non ha natura costitutiva e portata assoluta, ma riveste funzione puramente dichiarativa della pretesa del Comune, ponendo una semplice presunzione di pubblicità dell’uso, superabile con la prova contraria della natura della strada e dell’inesistenza di un diritto di godimento da parte della collettività mediante un’azione negatoria di servitù. Ne consegue che la controversia circa la proprietà, pubblica o privata, di una strada, o circa l’esistenza di diritti di uso pubblico su una strada privata, è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario, giacché investe l’accertamento dell’esistenza e dell’estensione di diritti soggettivi, dei privati o della pubblica amministrazione. (Nella specie, le S.U. hanno affermato la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario in controversia promossa da privato proprietario di una strada sterrata, immettentesi su strada comunale, al fine di sentir dichiarare che la strada medesima, divenuta oggetto di provvedimento comunale di classificazione come strada vicinale ad uso pubblico, era di sua proprietà esclusiva) Corte di Cassazione, Sezioni Unite civile Ordinanza 27 gennaio 2010, n. 1624.

Al contrario, la natura pubblica della strada, dipende dalla coesistenza effettiva di tre condizioni, quali:

1.“il passaggio esercitato iure servitutis pubblicae, da una collettività di persone qualificate dall’appartenenza ad un gruppo territoriale”; nonché

2.“la concreta idoneità del bene a soddisfare esigenze di carattere generale, anche per il collegamento con la pubblica via”; ed infine

3.“un titolo valido a sorreggere l’affermazione del diritto di uso pubblico, che può anche identificarsi nella protrazione dell’uso da tempo immemorabile”, (TAR Toscana, Sez. III, 11 aprile 2003, n. 1385; conformi, tra le molte: TAR Umbria, Perugina, 13 gennaio 2006, n. 7; id., 21 settembre 2004, n. 545; ed in precedenza: Cons. di Stato, Sez. IV, n. 1155/2001; Cons. di Stato, Sez. V, n. 5692/2000; Cass. civ., Sez. II, n. 7718/1991).

In linea di massima, le strade vicinali sono soggette ad uso pubblico. Tale presunzione deriva dal loro concreto utilizzo da parte della collettività (Sezione III, Cassazione civile, n.° 10139 del 1994).

Le strade vicinali sono assimilate strade comunali ex art. 2, 7° comma, d.lgs. n.° 285/1992 e l’inclusione di tali arterie nella toponomastica del Comune pone in essere una presunzione iuris tantum, superabile, dinanzi al giudice, soltanto con la prova contraria dell’inesistenza del diritto di godimento da parte della collettività.

Dunque, per inverso, una strada può essere riconosciuta come pubblica pure in difetto dell’iscrizione nell’elenco in parola, qualora la sua pubblicità possa essere desunta – oltre che dalle risultanze delle mappe catastali – da indici di demanialità quali:

1. il predetto uso costante nel tempo;

2. l’ubicazione della strada all’interno di luoghi abitati;

3. l’apposizione della numerazione civica;

4. i comportamenti della Pubblica amministrazione nei settori urbanistico ed edilizio.

La giurisprudenza amministrativa ha precisato che la qualificazione di una strada come di uso pubblico discende non tanto dal fatto che su di essa possano transitare persone diverse dal proprietario o dal fatto che essa si colleghi ad una pubblica via quanto piuttosto presuppone che essa sia posta a servizio di una collettività di utenti (uti cives).

 

La responsabilità per danni da cose in custodia ex art. 2051c.c.

Elemento indispensabile ai fini della sua astratta configurabilità è l'esistenza di una relazione diretta tra la cosa in custodia e l'evento dannoso, caratterizzata dal potere di escludere terzi dall'ingerenza sulla cosa medesima nel momento in cui si è prodotto il danno. A lungo si è dibattuto circa l'ambito di operatività dell'art. 2051 c.c., ovvero se si riferisse soltanto a danni cagionati da cose che hanno assunto un ruolo attivo nella produzione del danno in virtù di un intrinseco dinamismo ovvero se si potesse estendere anche ai pregiudizi derivanti da cose inerti. La giurisprudenza ha più volte avuto modo di affermare che la norma in commento non richiede necessariamente che la cosa sia suscettibile di produrre danni ex se in quanto, anche in relazione alle cose prive di dinamismo, sussiste il dovere di controllo e di custodia, allorquando il fortuito o il fatto dell'uomo possono prevedibilmente intervenire, come causa esclusiva o come concausa nel, processo obiettivo di produzione del fatto dannoso, eccitando lo sviluppo di un agente, di un elemento o di un carattere che conferiscono alla cosa l'idoneità al nocumento (cfr. in tal senso tra le altre Cass. civ. 4480/2001; Cass. civ. 6616/2000; nonché Cass. civ. 10277/1990).

La fattispecie di responsabilità contemplata dall'art. 2051 c.c. si incentra dunque sulla nozione di custodia: custode della cosa è chi ha l'effettivo potere materiale su di essa. È custode non soltanto il proprietario della cosa ma anche il semplice possessore della stessa ovvero il detentore nell'interesse proprio o altrui: tuttavia, il fondamento della ipotesi di responsabilità in esame va ricercato non tanto nella violazione dell'obbligo di custodia e di vigilanza sulla cosa, quanto piuttosto nell'oggettiva attribuzione delle conseguenze dannose derivanti dalla cosa allo stesso soggetto che se ne avvantaggia sulla scorta del principio "cuius commoda eius incommoda". Invero, la questione della natura della responsabilità ex art. 2051 ha per lungo tempo interessato la dottrina, divisa tra quanti ne affermavano il carattere soggettivo, di responsabilità per colpa, sebbene presunta e quanti invece ne riconoscevano la natura oggettiva, sul presupposto che il caso fortuito cui si assegna la valenza di prova liberatoria non inciderebbe sulla colpa quanto piuttosto sulla configurazione del nesso causale.

Di recente, la giurisprudenza di legittimità ha affermato il carattere oggettivo dell'illecito aquiliano di cui all'art. 2051 c.c. tale che non occorrerebbe la prova della colpa, quale requisito costitutivo della fattispecie, risultando invero sufficiente l'integrazione dell'elemento materiale (evento dannoso, nesso causale). In particolare, la S.C. ha chiarito che "la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall'art. 2051 cod. civ. prescinde dall'accertamento del carattere colposo dell'attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto etnologico tra cosa ed evento; tale responsabilità prescinde, altresì, dall'accertamento della pericolo sita della cosa stessa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l'insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato - con effetto liberatorio totale o parziale - anche dal fatto del danneggiato, avente un'efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l'evento dannoso o da affiancarsi come, ulteriore contributo utile nella produzione del danno" (così testualmente Cass. 28811/2008; nello stesso senso cfr. anche Cass. civ. 26051/2008), recependo in tal modo quell'orientamento dottrinale secondo cui il caso fortuito (che ricomprende anche il c.d. fortuito incidentale, ossia quello derivante dal fatto del terzo) non esclude la colpa ma eventualmente elide il nesso causale ovvero attenua la portata esclusiva del fattore riconosciuto come antecedente causale dell'evento dannoso. Pertanto, ai fini della configurazione della responsabilità ex art. 2051 c.c. non rileva in sé la violazione dell'obbligo di custodire la cosa da parte del custode, la cui responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, fattore che attiene non ad un comportamento del responsabile, ma al profilo causale dell'evento, riconducibile in tal caso non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno.


Con la sentenza n. 17135/2011, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione affronta nuovamente il tema del c.d. danno da fermo tecnico, approfondendo ancora una volta la vexata questio della prova di tale voce di danno.In questo caso, la richiesta risarcitoria si colloca nell’ambito del rapporto contrattuale tra il proprietario di un veicolo e il riparatore, responsabile di aver ritenuto il mezzo in officina per un periodo esorbitante rispetto al tempo effettivamente necessario per le riparazioni.Nondimeno, il principio espresso dalla Suprema Corte – essendo relativo alla voce di danno in sé considerata – è suscettibile di trovare applicazione anche nell’ambito della responsabilità civile da circolazione stradale, laddove il proprietario del veicolo danneggiato dal sinistro lamenti di aver subito un danno per la mancata utilizzazione del mezzo durante il tempo occorso per le riparazioni.Secondo i Giudici di piazza Cavour, in particolare, “il c.d. danno da fermo tecnico non può considerarsi sussistente in re ipsa, per il solo fatto che un veicolo sia stato inutilizzato dal proprietario per un certo lasso di tempo” ma, al contrario, “come ogni danno, anche quello da fermo tecnico deve essere provato”.Questo principio deve essere valutato in relazione a quanto aveva stabilito la Terza Sezione della Corte di Cassazione, secondo la quale “il c.d. danno da fermo tecnico (…) può essere liquidato in via equitativa, indipendentemente da una prova specifica in ordine al danno subito” (Cass. Civ., Sez. 3, n. 18883/2007), esprimendo un indirizzo molto spesso richiamato nell’ambito del contezioso in tema di r.c.a. al fine di invocare – in caso di danni al veicolo – il riconoscimento di un surplus risarcitorio, dovuto senza che all’uopo sia necessario fornire alcuna prova.

In realtà, le due pronunce non sono in insanabile contrasto tra loro, come superficialmente potrebbe apparire atteso che, ad un’attenta lettura, la Terza Sezione circoscrive il danno risarcibile “indipendentemente da una prova specifica” ed in via equitativa alle sole “spese di gestione del veicolo” (bollo, assicurazione, ecc.), nonché al “naturale deprezzamento di valore” verificatesi durante il periodo di fermo tecnico, le quali – tenuto conto dei tempi ordinari di riparazione – rischiano di ridursi a poche decine di euro.

Nella sentenza in commento, invece, la Seconda Sezione si riferisce a voci di danno più consistenti, legate all’impossibilità di utilizzazione del veicolo quali, ad esempio, l’impedimento a svolgere una determinata attività lavorativa, oppure la necessità di ricorrere a mezzi sostitutivi.

Per tali tipologie, il danno non può certo considerarsi in re ipsa, né dimostrato in via presuntiva, ma deve essere provato in concreto.

In particolare, precisano i giudici di legittimità, chi intende ottenere il risarcimento deve fornire la prova tanto “della inutilizzabilità del veicolo in relazione ai giorni in cui esso è stato illegittimamente sottratto alla disponibilità”, quanto “della necessità del proprietario di servirsi del mezzo, cosicché, dalla impossibilità della sua utilizzazione, egli abbia riportato un danno”.

Obbligo di fornire i dati del conducente? No, se si comunica l'avvenuto ricorso
Circolare Ministero Interno 05.09.2011 n° 7157

Non si configura omissione di collaborazione da parte del cittadino qualora questi non indichi le generalità del conducente ma comunichi all'organo di Polizia di aver proposto ricorso: di per sè ciò costituisce un giustificato e documentato motivo (1) di omissione dell'indicazione dei dati del soggetto che si trovava alla guida del veicolo al momento della violazione.

E' quanto chiarisce la Circolare 5 settembre 2011, n. 7157 con la quale il Ministero dell'Interno conferma quanto già stabilto con la precedente Circolare 29 aprile 2011, n. 3971.

In tal caso non è quindi consentito applicare le sanzioni dell'art. 126-bis, c. 2, Codice della Strada poiché il destinatario dell'invito non può ritenersi obbligato a fornire i dati personali e della patente del conducente prima della definizione dei procedimenti giurisdizionali o amministrativi.

(Altalex, 12 settembre 2011)

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(1) Cfr. art. 126-bis, c. 2, Codice della Strada.

Stalking: il divieto di avvicinamento alla propria ex deve essere dettagliato

Cassazione penale , sez. VI, sentenza 08.07.2011 n° 26819

La Suprema Corte di Cassazione ancora sul reato previsto e punito dall’articolo 612 bis del codice penale; con la sentenza dell’8 luglio 2011, n. 26819, i giudici di legittimità hanno precisato che “l’efficacia delle restrizioni in tema di stalking è funzionale ad evitare il pericolo della reiterazione delle condotte illecite, e subordinata a come il giudice le riempie di contenuti attraverso le prescrizioni che le norme gli consentono”.

L’articolo 612 bis c.p. sopra menzionato dispone che “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque reiteratamente, con qualunque mezzo, minaccia o molesta taluno in modo tale da infliggergli un grave disagio psichico ovvero da determinare un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.

Deve ritenersi che ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 282 ter del codice di procedura penale, il giudice deve indicare in maniera specifica i luoghi rispetto ai quali all’indagato è fatto divieto di avvicinamento, non essendo concepibile una misura cautelare che si limiti a fare un riferimento generico a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima.

La genericità del provvedimento (impugnato) rileva, altresì, caratteri di eccessiva gravosità e di sostanziale ineseguibilità, tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta.

HAI AVUTO UN INCIDENTE STRADALE?

ATTENZIONE AI TUOI DIRITTI ED AL TUO RISARCIMENTO

La persona che deve ricevere un risarcimento di danno, quindi, deve, frequentemente, percorrere un complesso e tortuoso itinerario per la tutela dei suoi diritti.La materia del risarcimento del danno, SPECIE DEL DANNO ALLA PERSONA, è materia delicatissima, di grande complessità e vastità, soggetta a frenetica evoluzione, che può essere conosciuta e trattata solo da professionisti legali che abbiano maturato una vasta esperienza ed una approfondita competenza nel settore.Si tratta di materia spessissimo sconosciuta, sia agli operatori intermedi di cui si è parlato sopra, sia, e soprattutto, ai cittadini che hanno subito un danno. Questi ultimi, per non correre il rischio di commettere irreparabili errori, hanno la necessità di affidare i loro interessi ad uno Studio Legale dotato di competenza specifica ed esperienza.

Diffidare di chiunque, dopo un incidente, si mostri troppo insistente nel "consigliare" o nel "raccomandare" il nominativo di un legale, magari consegnandovi un biglietto da visita di "uno bravo";

Prima di conferire qualsiasi incarico, recatevi sempre di persona presso lo Studio Legale al quale ci si intende rivolgere, per poter verificare direttamente a chi si affidano i propri interessi.

E' possibile accedere a consulenze legali presso lo Studio Legale, da qualsiasi parte dell'Italia ovvero da Paesi dell'Europa Comunitaria, per sinistri verificatisi in Italia. Il cliente verrà seguito passo per passo ed informato costantemente su quanto la legislazione in materia dispone in merito: avrà precise indicazioni circa gli adempimenti e le procedure da seguire per un corretto iter della pratica relativa ad un sinistro stradale, al fine di poter conseguire il giusto ed equo risarcimento del danno subito, sia esso alle cose che alle persone Nel corso delle trattative, il cliente verrà tenuto costantemente informati sull'iter e sull'esito delle medesime. Se ciò divenisse necessario l'assistenza, che normalmente inizia come assistenza stragiudiziale, può essere proseguita in sede giudiz

La condotta biasimevole ma isolata del datore non configura il mobbing
Corte di cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza 31 maggio 2011 n. 12048

Il mobbing si realizza quando è riconoscibile una azione aggressiva cosciente e volontaria, protratta nel tempo, finalizzata a mettere uno o più lavoratori in una condizione di forte disagio col fine dell’espulsione dal contesto lavorativo o della sottomissione al potere direttivo.

Occorre pertanto che la condotta del datore di lavoro si concretizzi in sistematici e reiterati comportamenti ostili da cui può derivare l’effetto lesivo dell’equilibrio psico-fisico del lavoratore.

Con la sentenza n. 12048 depositata il 31 maggio 2011 la Corte di cassazione, sezione Lavoro, ha escluso che possano essere ricondotti ad una azione di mobbing alcuni episodi, comunque marginali ed isolati, riconducibili ad un comportamento scorretto del datore di lavoro ma non connotati da un carattere persecutorio nei confronti del dipendente.

La Corte di cassazione ribadisce che per mobbing si intende “una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio-psichico e del complesso della sua personalità”.

Già con la sentenza n. 3785/2009 la Cassazione ha sancito che ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono da ritenere rilevanti i seguenti elementi:

a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;

b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;

c) il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore;

d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio.

Con la stessa sentenza, la Suprema Corte ha altresì affermato che l’articolo 2087 del codice civile non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva a carico del datore di lavoro, con la conseguenza di ritenerlo responsabile ogni volta che il lavoratore abbia subito un danno nell'esecuzione della prestazione lavorativa, occorrendo invece che l'evento sia pur sempre riferibile a sua colpa, per violazione di obblighi di comportamento, concretamente individuati, imposti da norme di legge e di regolamento o contrattuali ovvero suggeriti dalla tecnica e dall'esperienza, il cui accertamento costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato.

 

Offese telematiche? Decide il giudice del luogo in cui sono percepite

Cassazione penale , sez. I, sentenza 26.04.2011 n° 16307

Il locus commissi delicti della diffamazione commessa a mezzo giornale telematico è da individuare in quello in cui le offese e le denigrazioni sono percepite da più fruitori della rete e, dunque, nel luogo in cui il collegamento viene attivato e ciò anche nel caso in cui il sito web sia stato registrato all’estero, purché l’offesa sia stata percepita da più fruitori che si trovano in Italia.

La Corte di Cassazione perviene a tale conclusione non del tutto innovativa (v. sent. Sez. Un. civ. 13 ottobre 2009, n. 21661) fondandosi su alcuni presupposti basilari.

Innanzitutto l’immissione di scritti lesivi dell’altrui reputazione nel sistema internet integra il reato di diffamazione aggravata (articolo 595 c.p.p., comma 3) ed esso si consuma anche se la comunicazione con più persone e/o la percezione da parte di costoro del messaggio non siano contemporanee e contestuali, ben potendo i destinatari trovarsi persino a grande distanza gli uni dagli altri ovvero dall’agente.

Stante il divieto di analogia in materia penale, non sembra possibile assimilare le comunicazioni via internet a quelle telefoniche, mentre appare opportuno avvalersi di un'interpretazione estensiva delle espressioni "scritti" e "disegni" di cui all’art. 595 c.p., riferibile anche ai contenuti diffusi via internet.

Il delitto di diffamazione aggravata, in particolare, si configura quando l’offesa è veicolata attraverso un mezzo che raggiunge più persone contemporaneamente (newsgroup, mailing list, siti web).

Come è noto fisicamente uno spazio web è allocato su un determinato server e nel caso di un giornale telematico ci si limita, naturalmente, ad inserire determinate notizie, informazioni su questo spazio web dedicato. Tali dati rimangono a disposizione degli utenti che possono collegarsi al server in qualsiasi momento per attingere agli stessi. Di conseguenza è evidente che, anche se esiste un preciso luogo di partenza (il server) delle informazioni, lo stesso non coincide con quello di percezione delle espressioni offensive e, quindi, di verificazione dell’evento lesivo, da individuare nel luogo in cui il collegamento viene attivato.

L’accesso ai siti web è solitamente libero e, in genere, frequente, sicché l’immissione di notizie o immagini in rete integra la ipotesi di offerta delle stesse in incertam personam e, dunque, implica la fruibilità da parte di un numero solitamente elevato (ma difficilmente accettabile) di utenti.

Sulla scorta di tali considerazioni, la Corte di Cassazione, risolvendo un conflitto di carattere giurisdizionale, individua la corretta competenza territoriale in caso di offesa della reputazione altrui realizzata via internet, escludendo altri criteri come quelli di prima pubblicazione, di immissione della notizia nella rete, di accesso del primo visitatore o quello del luogo in cui è situato il server, in cui il provider alloca la notizia.

Autovelox: tutti i casi in cui la multa è nulla secondo la Cassazione.

Paletti più rigidi per l’accertamento delle infrazioni al limite di velocità tramite autovelox. Le ultime sentenze della Cassazione, infatti, definiscono meglio il quadro delle tutele per gli automobilisti.

il dispositivo va sempre segnalato

Non basta la segnalazione in anticipo della presenza del dispositivo quando fra il cartello e l’autovelox vi siano degli incroci con altre strade. Infatti, in tal caso il soggetto che si immette sulla strada “controllata” può correttamente sostenere di non essere stato informato.

L’"elaborazione" della sanzione va fatta dai vigili

Se ad elaborare la multa fatta con l’autovelox non è stato un agente della municipale allora ci sono speranze di vedersi annullata la sanzione. Infatti, dal verbale di accertamento deve emergere "adeguatamente" che il rilevamento è stato fatto da “un agente preposto al servizio di polizia”.

In città rilevamenti solo su strade ad “alto scorrimento”

Secondo l’articolo 4 della legge 168/2002 che disciplina i controlli di velocità da ”remoto”, questi sono sempre possibili sulle strade “extraurbane principali” ma non sulle strade “urbane ordinarie”, mentre per quelle “extraurbane ordinarie” e per quelle “urbane di scorrimento” occorre l’autorizzazione del prefetto. L’autorità  di governo può, dunque, autorizzare gli autovelox sulla base di alcuni elementi quali: la pericolosità, il traffico o la difficoltà di fermare il veicolo.

L’omologazione dell’apparecchio non “scade” mai

In relazione alle apparecchiature di controllo automatico, il legislatore non ha adottato nessuna disposizione che commini la decadenza delle omologazioni rilasciate. Secondo la Cassazione,ne consegue che “nel giudizio di opposizione alla sanzione amministrativa, non sussiste alcun ulteriore onere probatorio, a carico dell'Amministrazione, relativo alla perdurante funzionalità delle predette apparecchiature”.

No alla taratura periodica

Non vi sono neppure norme che impongono un obbligo di taratura periodica dell’autovelox. Dunque, l'attendibilità degli accertamenti effettuati non può ritenersi inficiata dalla assenza di controlli periodici. Non solo ma l'efficacia probatoria rimane sino a che non risulti accertato, in quanto dedotto ed espressamente provato, il mal funzionamento dello strumento, o il difetto di costruzione, installazione.

Non necessaria la contestazione immediata

L'eccesso di velocità deve essere contestato immediatamente soltanto se verificato mediante strumenti che consentono la misurazione ad una congrua distanza prima del transito del veicolo davanti agli agenti. L'utilizzazione di apparecchiature diverse, quali l'"autovelox", invece, “rientra di per sé tra le ipotesi di esenzione da tale obbligo e l'attestazione del loro impiego, contenuta nel verbale di accertamento, costituisce valida ragione giustificatrice della mancanza di una contestazione immediata, né sono sindacabili in sede giudiziaria le modalità di organizzazione del servizio di polizia stradale, come quelle relative al numero delle pattuglie operanti".

 

RICORSO PRECARI SCUOLA

"Per il posto fisso basta rivolgersi al Giudice"recitava un articolo apparso su Italia Oggi del 5.10.2010 e devo dire che alla luce delle prime sentenze tale frase si è rivelata veritiera.

I ricorsi avviati negli ultimi mesi dai docenti precari potrebbero costare al ministero dai 4 ed i 6 miliardi di euro. Una cifra da capogiro, alla quale certo il ministro dell'Economia non può restare indifferente. Spunta quindi l'ipotesi (e questa è la notizia buona) di un pacchetto di assunzioni consistente, tale da abbattere alla radice il problema. Difficile invece la strada della stabilizzazione per sentenza (e questa è la notizia cattiva): è dell'8 marzo scorso la sentenza della Corte d’appello di Perugia, che stabilisce che la reiterazione degli incarichi a tempo determinato non produce titolo all’immissione in ruolo, per la quale è necessario il concorso.

Scontato l'appello del Ministero avverso la sentenza definita "choc" di Genova per la consistenza del risarcimento ad ogni docente che aveva proposto ricorso.

Scontata la decisione di fare appello contro la sentenza, ma si tratta solo di un modo per guadagnare tempo.

Tuttavia, questo Ufficio Legale crede in questa lotta ed ha predisposto il ricorso e gli atti presupposti per tutti i precari interessati.

Chiediamo l’assunzione in ruolo ed il riconoscimento economico relativo alla progressione di carriera dei precari con almeno tre anni di supplenze
appellandoci ad una direttiva Europea.
Bastano tre contratti a tempo determinato.


IL CASO BERLUSCONI E L'ITALIA CHE FA.

Come parlare, quanto parlare!

"Le parole possono cambiare il mondo" è stato così da sempre ma oggi si assiste ad un nuovo fenomeno la difesa ad oltranza dell'indifendibile.

Per fare questo occorrono parole giuste e chiare, che si alimentino di argomenti validi ed eticamente corretti, destinati a scavare nelle menti e nelle coscienze e a vincere le incomprensioni e le resistenze che sempre si oppongono alle "buone cause" di chi è reo solo di amare l'universo femminile al punto da rimborsarlo per le sue prestazioni.

Nelle parole c'è anche qualcosa di magico, le puoi usare per far capire o per nascondere, per narrare, per comunicare, per persaudere e convincere, per ingannare, per dire il falso dicendo il vero, per chiarire o per oscurare.

Per i politici, oltre all'uso che ne fanno i comuni mortali, la parole è strumento del mestiere, perchè, se il loro lavoro è linguaggio, la politica è fatta di parole:la stampa ed, in generale, i mezzi di comunicazione è il luogo ove la classe al potere parla e non ascolta, nel quotidiano si scrivono fiumi di parole, ma il Giudice nel verdetto è chiamato a dire la verità e ad applicare il diritto ossia la iurisdictio.

In questi giorni, tuttavia, sembra però che questo strumento magico attraversi nel nostro paese una fase declinante.

Il giudizio del popolo non è unanime:il cittadino italiano appare sempre più tartassato da un linguaggio dei media che nasconde, attacca, difende e risparmia la fatica di ricercare la verità dei fatti a difesa di una o l'altra tesi.

Del resto l'informazione che ormai ci travolge non richiede precisione e imparzialità, ci si trova subito tutto ciò che serve a qualcuno, ed è inutile cercare le parole giuste e quindi pensare di trovarle, basta negare l'evidente sempre e comunque.

E poi abbiamo sempre troppa fretta. Sul vessillo della modernità è scritto:non abbiamo tempo per i problemi dell'Italia e dei giovani.

Oggi è difficile controllare una informazione di cui non possiamo verificare l'autenticità, ma in questa mole di materiale, va segnalata la necessità dei giovani di trarre da questa gli elementi essenziali ai fini di un futuro migliore.

Una gran parte dei giovani italiani non ha ricevuto da più di trent'anni alcunchè da questa classe politica di cui possa vantarsi se no l'imput che la lotta dei loro padri non è terminata.

Possiamo continuare ad assistere inerti alla nostra distruzione in quanto non facenti parte delle cosidette èlitè ordinistiche che non partecipano magari alle manifestazioni perchè gli eventi non li toccano?

L'esperienza ha insegnato che senza lotta non si conquista nulla.

Allora basta a questo schifo mediatico e impegniamoci nel nostro piccolo verso una rivoluzione culturale che se non riguarderà direttamente noi beneficierà i nostri figli.

D'ora in poi il nostro grido dovrà essere:Avanti Italia c'è la puoi fare! 

 

CLASS ACTION PRECARI DIRITTO ALL'IMMISSIONE IN RUOLO

Prima sentenza del giudice di Siena che applica la normativa comunitaria nel comparto scuola.

Il Tribunale di Siena, sempre Sezione Lavoro, ha decretato "la trasformazione automatica di un contratto di una docente che per ben sei volte era stata assunta a inizio anno e poi licenziata alla fine delle lezioni, da contratto a tempo determinato a contratto a tempo indeterminato. Tutto ciò, si noti bene, in coerenza con quanto già statuito dalla Cassazione (sezione Lavoro n. 6328 del 16 marzo 2010), secondo cui ‘il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato".

L’Europa, infatti, impone ai suoi stati membri che un contratto di lavoro a tempo determinato possa essere prorogato per casi eccezionali ma non riproposto e magari disposto per anni (direttiva UE 1999/70/CE). L’Italia con il decreto legislativo 368/01 ha recepito nel suo ordinamento il dettame comunitario, con le leggi 296/06, 244/07 ha disposto la sua applicazione pure per alcuni comparti del pubblico impiego, con la legge 133/2008 ha ribadito che per le esigenze connesse con il proprio fabbisogno ordinario le pubbliche amministrazioni possono assumere esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con la legge 167/09 ha ricordato che i contratti a tempo determinato possono trasformarsi a tempo indeterminato.

Se l'immissione in ruolo non arriva, si può provare a chiederla al giudice. È un vero e proprio fenomeno di massa quello che si sta verificando ormai in tutte le province. E che sta riaccendendo le speranze di assunzione in molti docenti precari...

Le azioni sono rivolte a chiedere al giudice di condannare l'amministrazione alla stabilizzazione del rapporto di lavoro dopo una successione di contratti a tempo determinato:

I docenti interessati potranno partecipare all’azione di classe e chiedere (entro il 22 gennaio) di "impugnare i contratti a tempo determinato e ottenere l’immissione in ruolo, nonchè il risarcimento dei danni conseguenti.

L’atto notarile informatico:addio a carta e penna.

Con l’entrata in vigore del decreto legislativo n.110 del 2 luglio 2010 pubblicato in G.U. n. 166 del 19 luglio scorso, infatti prende il via la riforma telematica della professione del notaio.

Dal 3 agosto saranno immediatamente applicabili le norme relative al rilascio delle copie (art.68- ter), all’attestazione di conformità di copie e di documenti formati su qualsiasi supporto (art.73), alla rettifica di errori mediante certificazione dello stesso notaio (art.59- bis).

Viceversa, le altre disposizioni, e cioè quelle relative all’atto pubblico e alla sua conservazione, acquisteranno efficacia in tempi successivi con decreti ai quali è affidata la determinazione di regole tecniche.

L’atto notarile informatico è il risultato di un procedimento sofisticato dal punto di vista tecnologico. Non si tratta, infatti, solo di documenti firmati digitalmente dalle parti e dai notai, ma di documenti di cui viene garantita la formazione e la successiva conservazione per un tempo illimitato con tecnologie che ne assicurano la fruizione.

Sarà, quindi, possibile utilizzare l’atto notarile informatico per gli atti relativi all’acquisto casa, al mutuo o la costituzione di società; eliminare la carta nella fase di redazione e, in particolare, nella conservazione degli atti, con un conseguente risparmio di costi relativi alla gestione documentale.

Cosa cambia per i cittadini?

Ognuno potrà scegliere se stipulare l’atto pubblico in modalità informatica o su carta. L’atto pubblico informatico si stipula sempre alla presenza del notaio, pertanto continuerà a farsi con tutti i controlli di legalità preventivi. Per stipulare l’atto pubblico informatico il cittadino dovrà utilizzare la propria firma elettronica. A differenza del notaio, tuttavia, i cittadini potranno utilizzare anche una firma elettronica non qualificata.

Vi sarà, quindi, la possibilità per cittadini e imprese di rivolgersi contemporaneamente a due diversi notai, a loro volta collegati tra loro attraverso la Rete unitaria del notariato (Run), la intranet che collega tutti i notai presenti sul territorio nazionale.

Il notaio redige l’atto direttamente al computer, lo legge dal computer e appone dopo le firme delle parti anche la sua firma digitale sul documento, che comporta la conclusione del contratto.

Dal punto di vista degli effetti giuridici l’atto pubblico su supporto cartaceo e informatico sono equivalenti.

Gli atti notarili informatici saranno conservati dai notai che ne manterranno la disponibilità esclusiva per il rilascio di copie finchè sono in esercizio. Il notaio presso il quale si conclude il contratto mette l’atto a raccolta e lo conserva nel proprio archivio situato in una struttura informatica centralizzata posta presso il consiglio nazionale del notariato. Quando il notaio cessa l’esercizio dell’attività, i suoi atti informatici saranno depositati presso gli archivi notarili gestiti dal ministero della giustizia come oggi avviene per gli atti cartacei.

 

Il Tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento di Viaggi del Ventaglio. Si allunga la lista dei tour operator che chiudono bottega proprio a ridosso delle vacanze estive, lasciando i viaggiatori in balia di loro stessi. Se sei tra coloro che hanno già prenotato un pacchetto con viaggi del Ventaglio ecco cosa puoi fare per ottenere il rimborso.

Domanda al Fondo Puoi fare domanda al Fondo Nazionale di Garanzia del Consumatore (art.100 codice del consumo) inviando una raccomandata A/R alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo - Ufficio per lo sviluppo del turismo e la gestione degli interventi- Servizio IV "Assistenza alla domanda turistica e Vigilanza"- Via della Ferratella in Laterano n. 51 - 00184 Roma. La domanda dovrà contenere: - copia di un documento d'identità di chi fa la domanda di rimborso; - contratto di viaggio in originale; - copia della ricevuta del versamento della somma data all'agenzia di viaggio; - ogni elemento che possa provare la mancata utilizzazione dei servizi pattuiti (per esempio la copia della comunicazione sospensione attività del tour operator, copia della comunicazione di cancellazione del viaggio, il biglietto aereo del rientro anticipato, le spese per eventuali escursioni previste e poi non svolte a cura del tour operator). Non ci sono termini di decadenza per presentare la domanda. Domanda di insinuazione al passivo Puoi anche fare una "Domanda di insinuazione al passivo"; domanda che devi inviare alla Cancelleria Fallimentare del Tribunale di Milano, allegando documentazione quale, per esempio, la copia del contratto di acquisto del pacchetto turistico, copia della fattura e/o ricevuta fiscale attestante il pagamento o altro documento che provi il pagamento. Vi daremo ulteriori indicazioni nei prossimi giorni sui termini entro cui deve essere inviata la domanda e sull'indirizzo preciso. Poche speranze Il Fondo Nazionale di Garanzia del Consumatore di pacchetto turistico risulta al momento poco capiente e non si è dimostrato all'altezza in occasione di precedenti crack (vedi il caso di Todomondo).

 Per quanto riguarda la domanda al Tribunale, bisogna dire che le possibilità di recuperare qualcosa dal fallimento del tour operator a mio avviso sono davvero poche: i crediti vantati da coloro che hanno acquistato pacchetti turistici, soggiorni e voli non godono di alcun privilegio (a differenza, per esempio dei crediti dei dipendenti della società fallita o dell'Erario) e quindi saranno rimborsati tra gli ultimi, se rimarrà ancora qualcosa.

Dietrofront sul comodato

Corte di cassazione, III sez. Civ., sentenza n. 15986/2010

Con la sentenza di cui in epigrafe, la Suprema corte ha stabilito che la casa prestata al figlio e alla moglie dev’essere restituita ai suoceri in caso di separazione cambiando rotta rispetto ad una giurisprudenza consolidata.

Nella motivazione della sentenza, la terza sezione civile ha argomentato la decisione evidenziando che la fattispecie integrava il comodato precario caratterizzato dalla circostanza che la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris costituito tra le parti è rimesso in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene, senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile sia stato adibito ad uso familiare e sia stato assegnato, in sede di separazione tra coniugi, all’affidatario dei figli.

Quindi, dopo sei anni, il Massimo consesso di Piazza Cavour sembrava aver risolto per sempre il problema sul comodato della casa familiare e in senso opposto e favorevole alle esigenze dei minori e di conseguenza del coniuge affidatario.

In quell’occasione il Collegio esteso aveva stabilito che “nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario dei figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente e impreveduto bisogno.

 

 

L’approfondimento

Attenzione agli effetti della manovra sulla riscossione

L’art. 38 del D.L. n.78/2010, già in vigore, sulla sospensiva delle cartelle di pagamento ha limitato in 150 gironi la durata della sospensione e, una volta trascorsi, si dovrà procedere al pagamento della somma che viene contestata.

D’ora in avanti varrà il vecchio brocardo “il tempo è denaro”.

Al ricevimento dell’atto, il contribuente vede immutata la possibilità e i termini per presentare ricorso chiedendo, già con questo passaggio, una sospensiva del pagamento se può derivargli un danno grave e irreparabile.

Da qui il tempo comincia a scattare.

Nel momento in cui la sospensiva viene accolta, la trattazione della controversia deve essere fissata non oltre 90 giorni dalla pronuncia.

Se la commissione non riesce a decidere, la tutela accordata dalla sospensiva valida per 150 giorni perde efficacia.

Al 151° giorno il contribuente si trova con l’ordinanza di sospensione scaduta e con il concessionario che può emettere immediatamente nei suoi confronti una misura cautelare (fermo amministrativo, ipoteca e pignoramento presso terzi).

Quindi, per evitare l’avvio dell’esecuzione forzata, non resta che pagare.

Ma che cosa avviene se poi la Commissione accoglie il ricorso?

Le norme tributarie prevedono che il tributo “corrisposto in eccedenza rispetto a quanto statuito dalla sentenza” deve essere rimborsato d’ufficio entro novanta giorni dalla notificazione della sentenza.

Una strada che, tuttavia, può presentare anche difficoltà legate al fatto che, secondo l’interpretazione pacifica della giurisprudenza, non c’è nessun mezzo per ottenere coattivamente nei confronti dell’amministrazione questo rimborso.

Ciò può avvenire solo quando la sentenza favorevole al contribuente è diventata definitiva. A questo punto, però, bisogna scontare i tempi dell’amministrazione.

Ancora, dal 1° luglio 2011, l’art. 29 del D.L. n. 78/2010, prevede che l’avviso di accertamento emesso dall’agenzia delle Entrate ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva e il connesso provvedimento di irrogazione delle sanzioni costituiscono titolo esecutivo all’atto della loro notifica al contribuente.

Ora, a maggior ragione, si tratterà di trovare un punto di equilibrio che garantisca tanto i diritti del contribuente quanto la lotta all’evasione dal Fisco.

 

 

 

 

  

 

La confisca per il no al test alcolemico ha natura di sanzione penale accessoria

Corte di Cassazione - Sezioni Unite penale - Sentenza 25 febbraio-18 giugno 2010 n. 23428

Con la sentenza sopracitata, le Sezioni Unite penali hanno enunciato il principio secondo cui “la confisca del veicolo prevista dal Codice della Strada nel caso di condanna per il reato di rifiuto di sottoposizione all’accertamento del tasso alcolemico ha natura di sanzione penale accessoria”.

Le Sezioni Unite Penali della Cassazione sono state chiamate a pronunciarsi sulla questione se la confisca del veicolo prevista dal Codice della Strada nel caso di condanna per il rifiuto di sottoposizione all’accertamento del tasso alcolemico abbia natura di misura di sicurezza o di sanzione amministrativa accessoria. I giudici rimettenti si sono dichiarati in disaccordo con le conclusioni raggiunte in precedenza sulla natura della misura ablativa contemplata dall’art.186 al comma VII del C.d.S., da loro ritenuta sanzione amministrativa accessoria, dal momento che la disposizione in questione prevede che la condanna per il rifiuto dell’accertamento alcolimetrico comporti la sanzione amministrativa accessoria “della”sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e “della” confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal comma II lettera C). Proprio l’utilizzo della preposizione “della” dinanzi sia alla sospensione della patente che alla confisca in correlazione in entrambi i casi con l’espressione sanzione amministrativa, infatti, dimostrerebbe che il legislatore abbia voluto introdurre una misura ablativa di natura amministrativa. Ciò troverebbe conferma anche dal fatto che mentre il comma II dell’art. 186 dispone la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato di guida in stato di ebbrezza ai sensi dell’art. 240 comma II del codice penale, il comma VII non contiene il richiamo della norma del codice penale. Secondo i giudici rimettenti, non sarebbe irragionevole avere previsto due misure ablative di natura diversa, dal momento che la guida i stato di ebbrezza si caratterizza per una condotta commissiva, mentre il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest per un comportamento meramente omissivo. Le Sezioni Unite Penali sono state pertanto chiamare a stabilire se la confisca del veicolo prevista dal Codice della Strada nel caso di condanna per il reato di rifiuto di sottoposizione all’accertamento del tasso alcolemico abbia natura di misura di sicurezza o di sanzione amministrativa accessoria. Prima di risolvere tale questione giuridica, appare necessario ricostruire le vicende normative e le modifiche che si sono susseguite nel tempo in materia di drive drinking. Invero, l’art. 186 del C.d.s., secondo la formulazione della legge 1 agosto 2003 n. 214, sanciva il divieto di guidare in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcoliche e puniva tale violazione, che si verificava quando il tasso alcolemico era superiore a 0,5 grammi per litro, con l’arresto e l’ammenda, oltre che con le sanzioni amministrative accessorie della sospensione e della revoca della patente di guida. Il comma VII dell’articolo 186 prevedeva la contravvenzione di rifiuto dell’accertamento alcolimetrico punita con le stesse pene stabilite per la guida in stato di ebbrezza alcolica. Il decreto legge 3 agosto 2007, n. 117, entrato in vigore il giorno dopo, modificava l’art. 186 diversificando le sanzioni in base alla gravità della violazione, fermi restando i trattamenti sanzionatori più severi riservati ai titolari di patente professionale ovvero ai titolari di patente di categoria B) recidivi nel biennio ed alle ipotesi di causazione di incidente stradale. Ebbene la norma prevedeva tre ipotesi di reato autonome a seconda del tasso alcolemico riscontrato (superiore a 0,5 grammi, superiore a 0,8 grammi per litro e superiore a 1,5, grammi per litro) con pene dell’arresto e dell’ammenda più gravi per le violazioni di seconda e terza fascia e con la sanzione della sospensione della patente di guida. Senonchè la legge di conversione del 2 ottobre 2007 n. 160 modificava il trattamento sanzionatorio delle contravvenzioni di seconda e terza fascia, sopprimendo la possibilità di sostituire la pena, a richiesta dell’imputato, con l’obbligo di svolgere una attività sociale presso strutture sanitarie traumatologiche pubbliche, che il decreto legge aveva, invece, previsto, ed eliminava per la ipotesi di contravvenzione più lieve la previsione dell’arresto. Ulteriore novità del D.L. n. 117 del 2007 era la trasformazione della contravvenzione di rifiuto dell’accertamento alcolimetrico prevista dal settimo comma dell’articolo 186 in un illecito amministrativo punito con una sanzione pecuniaria e con le sanzioni amministrative accessorie della sospensione della patente di guida e del fermo amministrativo del veicolo per un periodo di centottanta giorni.

La nuova normativa non ritenuta efficace per contrastare il fenomeno del drive drinking vista la possibilità del conducente del veicolo di rifiutare di sottoporsi ai test alcoli metrici, accettando l’irrogazione della sanzione amministrativa nella consapevolezza che senza la misurazione strumentale egli poteva essere riconosciuto colpevole, tutto al più, della meno grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza. Cosicchè il D.L. n. 92 del 23 maggio 2008, conv. in L. n. 125 del 24 luglio 2008, ha provveduto ad inasprire le pene detentive per gli illeciti di seconda e terza fascia previsti dall’art. 186 ed ha introdotto una disposizione, in virtù della quale con la sentenza di condanna o di patteggiamento per la ipotesi di cui alla lettera c) dell’articolo 186 comma II – l’ipotesi più grave di guida in stato di ebbrezza- è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato ai sensi dell’articolo 240, comma II del codice penale. Disposizione inedita ritenuta particolarmente efficace nel contrasto al fenomeno di guida in stato di ebbrezza perché accanto alle pene tradizionali, spesso in concreto non eseguite per effetto della sospensione condizionale della pena inflitta e quindi di non grande efficacia, è stata prevista, come sanzione accessoria, l’ablazione del veicolo utilizzato per commettere il reato in ipotesi di condanna o patteggiamento della pena, anche in caso di sospensione condizionale della pena principale. Con tale decreto, quindi, il legislatore, resosi conto della scarsa efficacia del sistema sanzionatorio previsto per arginare il fenomeno del drive drinking, ripristinava la sanzione penale per il rifiuto degli accertamenti alcolimetrici e parificava nella risposta sanzionatoria il rifiuto dei test alla ipotesi più grave della violazione del divieto di guidare in stato di ebbrezza, ovvero quella prevista dalla lettera c) dell’art. 186 comma II codice della strada. Il legislatore prevedeva altresì la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida. Appare evidente il mutamento strategico operato dal legislatore perché ora il conducente ha tutto l’interesse a sottoporsi ai test alcolimetrici perché in caso di rifiuto si vedrebbe applicare una sanzione pari alla più grave sanzione penale prevista dalla letera c) dell’articolo 186, mentre con i test si potrebbe dimostrare la presenza di un tasso alcolemico inferiore a 1,5 grammi per litro, con conseguente irrogazione di sanzioni penali più lievi. Oggi, pertanto, il comma VII dell’articolo 186 del C.d.S., che punisce il rifiuto di sottoporsi ai test alcolemici, prevede che:”Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5, il conducente è punito con le pene di cui al comma 2, lettera c) (la ipotesi più grave della guida in stato di ebbrezza). La condanna per il reato di cui al periodo che precede comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”. L’esame della situazione legislativa consente, quindi, di risolvere la questione della natura giuridica della sanzione della confisca prevista dal settimo comma dell’art. 186 C.d.S. e di superare il potenziale contrasto giurisprudenziale segnalato. La interpretazione letterale delle norme e la ratio legis consentono, infatti, di delineare con precisione i contorni dell’istituto della confisca disciplinato dall’art.186 C.d.s. e di ritenere in primo luogo la natura penale della confisca prevista dal comma II del predetto articolo 186 e, di conseguenza, di attribuire identica natura alla confisca prevista dal settimo comma di tale articolo per la completa parificazione del trattamento sanzionatorio tra l’ipotesi più grave della guida in stato di ebbrezza ed il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest che il legislatore ha voluto stabilire. Secondo la Corte, quindi, il legislatore al fine di meglio contrastare il fenomeno del drive drinking ha parificato, sotto il profilo sanzionatorio, anche con riferimento alle sanzioni accessorie, tale contravvenzione a quella prevista per la più grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza e ciò per rendere più diffusi i controlli alcolimetrici ed evitare che il conducente potesse avere interesse a rifiutare il controllo.

 

 

 

 

 

 

ADOZIONE INTERNAZIONALE
No al decreto d'idoneità per la coppia che chiede bimbi di una certa etnia
Corte di cassazione - Sezioni Unite civili - Sentenza 1 giugno 2010 n. 13332

La coppia che chiede di poter adottare un bambino di una determinata etina deve essere considerata non idonea all'adozione internazionale. Lo ha affermato la Cassazione, a sezioni Unite, con la sentenza 13332/2010 secondo la quale "il decreto di idoenità all'adozione pronunciato dal tribunale per i minorenni ai sensi dell'articolo 30 della legge n. 184 del 1983 e successive modificazioni non può essere emesso sulla base di riferimenti all'etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia. Ove tali discriminazioni siano espresse dalla coppia di richiedenti, esse vanno apprezzate dal giudice di merito nel quadro della valutazione dell'idoneità degli stessi all'adozione internazionale".

La riforma del codice della strada approvato dal Senato

Il Senato ha approvato il disegno di legge di la riforma del codice della strada, il testo passa ora all'esame della Camera. Ecco le principali novità introdotte: 
MULTE: saranno nulle se non notificate entro 60 giorni. Il termine attuale è di 150 giorni. Le multe saranno ripartite al 50% tra l'ente proprietario della strada e l'ufficio da cui dipende l'agente accertatore. I proventi delle multe sulle strade in concessione andranno per il 100% allo Stato. Sarà possibile pagare a rate le multe di importo superiore a 200 euro per chi ha un reddito fino a 15mila euro.
DEROGA A PATENTE SOSPESA: il Prefetto potrà concedere una deroga di tre ore al giorno per recarsi al lavoro o per fini sociali ed umanitari. La deroga di tre ore comporterà però il raddoppio dei tempi di sospensione della patente.
RECUPERO PUNTI PATENTE: sarà possibile sostenere un esame per recuperare i punti della patente precedentemente decurtati.
TEST ANTIDROGA: sarà obbligatorio per chi chiede la patente per la prima volta e per chi chiede il rinnovo della patente per la guida di mezzi pubblici, taxi e camion.
LICENZIAMENTO AUTISTI DROGATI O UBRIACHI: chi ha subito la sospensione della patente professionale perchè ubriaco o sotto gli effetti della droga, potrà essere licenziato per giusta causa.
MINICAR: inasprimento delle sanzioni per chi utilizza ciclomotori e minicar con il motore truccato. Il meccanico pagherà una multa da 389 a 1556 euro, il proprietario da 148 a 594 euro. Introduzione dell'obbligo delle cinture di sicurezza per i conducenti ed i passeggeri delle minicar. Chi ha la patente revocata non potrà conseguire il patentino per la guida di ciclomotori e minicar.
CASCO IN BICI: sarà obbligatorio per gli under 14.
BAMBINI IN MOTO: chi trasporta un bambino (fino ad un metro e mezzo di altezza) non dovrà superare i 60 kmh. Per i minori da 5 a 12 anni sarà obbligatorio un apposito seggiolino.
DIVIETO ALCOLICI: i locali notturni non potranno vendere alcolici a partire dalle ore 3. Gli autogrill non potranno vendere superalcolici dalle 22 alle 6 (multe da 2500 a 7mila euro) ed alcolici dalle 2 alle 7 (multe da 3500 a 10500 euro). Sospensione della licenza di vendita per 30 giorni ai gestori che non rispettano più volte il divieto nell'arco di 2 anni. Il sindaco potrà vietare la vendita di alcolici entro le ore 5
per non più di 10 volte in un anno. 
LAVORI DI PUBBLICA UTILITÀ: sarà possibile accedere, solo per una volta, al lavoro di pubblica utilità, in sostituzione delle pene detentive e pecuniarie, da parte di chi ha guidato sotto l'effetto di alcol o di stupefacenti senza provocare incidenti.
ETILOMETRI: saranno obbligatori in tutti i locali abilitati alla vendita o alla somministrazione di alcolici.
AGEVOLAZIONI PER HANDICAPPATI: ci saranno agevolazioni fiscali per l'acquisto di autoveicoli destinati a soggetti diversamente abili.
TARGA PERSONALE: il proprietario potrà trasferire la sua targa personale da un'auto all'altra.
PATENTINO PER I CICLOMOTORI 50 CC: dal primo gennaio 2011 servirà un patentino, ottenibile con una prova pratica, per
guidare un ciclomotore da 50 cc. 
CHI VA IN BICI NON PERDERÀ PUNTI: viene eliminata la norma che toglieva i punti della patente per le infrazioni commesse in bici.
AUTISTI TIR FINO A 70 ANNI: per l'autotrasporto di persone o cose sarà possibile guidare fino a 70 anni (attualmente lo stop è a 65 anni). Sarà necessaria però una visita annuale.(Agi)

MEDIAZIONE

1) La riforma

Il D.Lgs. n. 28 del 2010, frutto della delega contenuta nella legge di riforma del processo civile (69/2009) introduce nel nostro ordinamento la conciliazione quale alternativa alla via ordinaria per la soluzione delle cause civili.

CIVILE:

2) Definizione

La mediazione è l’attività, svolta da un soggetto imparziale (organismo di conciliazione), per la ricerca di un accordo amichevole tra le parti o per l’individuazione di una proposta. La conciliazione è invece l’atto conclusivo, la composizione della lite.

D.Lgs. 28/2010

3) Tentativo obbligatorio

Per alcune materie, quali il condominio, le successioni, la locazione, il risarcimento danni, il tentativo di mediazione è “condizione di procedibilità”, vale a dire che non è possibile agire in giudizio nelle sedi ordinarie se non si è prima tentata la mediazione.

4) Informativa Avvocato

Compete all’avvocato il compito di informare il cliente intenzionato ad attivare una controversia che è necessario procedere preliminarmente alla mediazione. Al primo colloquio il professionista deve far presente e per iscritto facendo firmare al cliente un’informativa specifica che c’è la mediazione.

5) Modalità temporali

La mediazione non può durare più di quattro mesi. Ai fini del calcolo dell’indennizzo della legge Pinto per l’eccessiva durata dei processi, questi quattro mesi non si aggiungono al tempo necessario per chiudere l’eventuale successiva fase giudiziaria ordinaria.

6) Entrata in vigore

Le nuove norme sono entrate in vigore il 20 marzo scorso, ma l’obbligatorietà della mediazione quale condizione di procedibilità scatta a partire dal 20 marzo 2011.

 

7) La domanda

Va presentata presso un organismo iscritto nell’elenco che sarà istituito dal ministero della Giustizia e non deve rispettare forme particolari, ma indicare l’organismo prescelto, le parti in lite, l’oggetto e le ragioni della pretesa, l’importo economico.

8) Fissazione incontro

Il responsabile dell’organismo deve designare un mediatore e fissare il primo incontro tra le parti, entro e non oltre 15 giorni dal deposito della domanda stessa.

9) Comunicazione

La comunicazione alle altre parti coinvolte può essere fatta dall’organismo che gestisce la conciliazione, ma anche da chi ha presentato l’istanza. La durata del procedimento non può superare i quattro mesi ed il termine decorre dal deposito della domanda.

10)Mediazione facilitativa

Le mediazioni possono essere di due tipi: “facilitativa” e “valutativa”. Nella mediazione facilitativa l’intermediario ricerca le motivazioni alla base del conflitto e fornisce tutte le informazioni necessarie affinchè le parti raggiungano un accordo o un compromesso.

11) Mediazione valutativa

Se l’accordo non si raggiunge, il mediatore deve informare le parti della possibilità della mediazione “valutativa”, cioè di una proposta di accordo da lui stesso redatta per iscritto, nonché delle possibili conseguenze sulle spese processuali. Entro sette giorni le parti devono per iscritto far pervenire una risposta.

12) Adesione proposta

Quando le parti aderiscono alla mediazione facilitativa o valutativa viene redatto un processo verbale, che verrà sottoscritto dalle parti stesse e del mediatore. Il verbale è omologato, su istanza di parte e previo accertamento anche della sua regolarità formale, con decreto del presidente del tribunale nel cui circondario ha sede l’organismo.

13) Le spese

Se le parti in causa conciliano, in linea di principio ciascuna paga le sue spese, salvo che sia diversamente convenuto nel verbale finale. Viceversa se si va in giudizio scatta un nuovo meccanismo. Nel caso che la decisione del giudice corrisponda interamente al contenuto della proposta del mediatore, e dunque, in tribunale non si è ottenuto nulla di più, la parte vincitrice è costretta a pagare sia le sue spese sia quelle della parte soccombente, nonché a versare il contributo unificato.

14) Le imposte

E’ prevista la totale esenzione dalle spese di bollo degli atti di conciliazione nonché l’esenzione dall’imposta di registro per un importo pari a 50 mila euro nonché un a detrazione fiscale pari ai costi sostenuti per la mediazione stessa presso l’organismo, fino ad un massimo di 500 euro, che calano a 250 in caso di insuccesso della mediazione stessa.

15) I costi

La materia degli organismi di mediazione sarà regolata da nuovi decreti in applicazione del D.Lgs. 28/2010, ma nel frattempo si applicano, le disposizioni dei decreti del ministro della Giustizia 23 luglio 2004 nn. 222 e 223, che determinano la formazione del registro degli organismi e la loro revisione, la sospensione e la cancellazione degli iscritti, l’istituzione di separate sezioni del registro che richiedono specifiche competenze anche in materie di consumo e internazionali, nonché la determinazione delle indennità spettanti.

16) Composizione organismo

Deve comprendere almeno sette mediatori-conciliatori, deve essere coperto da una polizza assicurativa di importo non inferiore a 500mila euro per le conseguenze patrimoniali derivanti dallo svolgimento del servizio di conciliazione e offrire garanzia di trasparenza amministrativa e contabile. Da tali adempimenti sono esonerate le camere di commercio.

17) Indennità dovute

E’ l’importo, misurato sul valore della causa, che ciascuna parte deve versare all’organismo di conciliazione.

In attesa di nuovi importi si utilizza la tabella per la mediazione nel societario.

Va poi aggiunto sempre un importo di 30 euro a titolo di diritti di segreteria ( è esente solo chi può accedere al gratuito patrocinio e, in alcuni casi, il consumatore nele controversie con i professionisti regalate dal codice consumo).

 

18) Avvocati e periti

Se si è assistiti da un avvocato, bisogna ovviamente pagare l’eventuale parcella per l’attività stragiudiziale del professionista prevista dai tariffari.

Se poi si deve chiamare un perito di parte, anche i suoi costi ricadono sul ricorrente o sulla parte avversa, in genere in base ai tariffari specifici del professionista stesso (geometra, commercialista, ragioniere, ingegnere, architetto, perito eccetera).

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro, Sentenza 26 marzo 2010, n.7382

La Corte di Cassazione ha ribadito il proprio orientamento in materia di mobbing, ricordando che "per "mobbing", riconducibile alla violazione degli obblighi derivanti al datore di lavoro dall'art. 2087 c.c., deve intendersi una condotta nei confronti del lavoratore tenuta dal datore di lavoro, o del dirigente, protratta nel tempo e consistente in reiterati comportamenti ostili che assumono la forma di discriminazione o di persecuzione psicologica da cui consegue la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente nell'ambiente dì lavoro, con effetti lesivi dell'equilibrio fisiopsichico e della personalità del medesimo.

Elementi rilevanti sono: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio posti in essere in modo sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del dirigente e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio.

La valutazione degli elementi di fatto emersi nel corso del giudizio, ai fini dell'accertamento della sussistenza del mobbing, costituisce apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente e correttamente motivato.

Il diritto alla rinuncia al viaggio organizzato in caso di ritardo del volo

Il codice del consumo agli artt. 82 e seguenti, e in particolare il 91 e il 92, che riguardano le ipotesi di modifica e annullamento del servizio, e l’art.93, che disciplina le conseguenze del mancato o  inesatto adempimento da parte dell’organizzatore o del venditore del pacchetto turistico, disciplinano i diritti che nascono dalla rinuncia al viaggio nonché il regolamento comunitario Ce 261/04, che detta le disposizioni in materia di compensazione e assistenza ai passeggeri per il caso di negato imbarco, di cancellazione de o di forte ritardo.

In base a quest’ultima normativa comunitaria (art. 6), il verificarsi di un ritardo come quello patito dal lettore, determina il diritto del passeggero a ottenere una serie di servizi di assistenza gratuiti da parte del vettore ossia:la somministrazione di pasti e bevande adeguati all’attesa, il pernottamento in albergo, il trasporto tra l’aereoporto e il luogo di destinazione scelto, la possibilità, per il passeggero, di effettuare, sempre gratuitamente, due telefonate o messaggi via telex, fax o mail.

Allorquando il ritardo è di almeno cinque ore, il passeggero ha il diritto di rinunciare al volo e di ottenere il rimborso del biglietto al prezzo di acquisto, in via integrale o per la parte di viaggio non effettuata, purchè la stessa risulti ancora utile rispetto al programma di viaggio iniziale, oppure il diritto a un volo di ritorno verso il punto di partenza iniziale, non appena possibile.

La recente sentenza n. 402 del 19.11.2009 della Corte di giustizia europea ha assimilato i casi di ritardo prolungato del volo con quelli di cancellazione, chiarendo che qualora il ritardo causi al passeggero una perdita di tempo pari o superiore alle tre ore oppure si arrivi a destinazione oltre tre ore dopo l’orario previsto, al consumatore sarà dovuta la stessa compensazione pecuniaria prevista per i casi di cancellazione del volo, che potrà essere ridotta del 50% quando il ritardo resta sotto le quattro ore.

Solo se il vettore dimostrerà che il ritardo è dipeso da circostanze eccezionali e imprevedibili, la compensazione non sarà dovuta.

 

Le modalità esplicative della servitù di passaggio dipendono dal titolo costitutivo

(Cassazione civile, sezione II civile, sentenza n. 5434/2010)

Se il titolo costitutivo non lo prevede espressamente, l’esistenza di una servitù di passaggio non garantisce sempre all’avente diritto la possibilità di transitare sul bene altrui anche in automobile ma solo il potere di passare a piedi.

La Suprema Corte al termine di una controversia  in materia di condominio ha stabilito il principio che in tema di servitù prediali, l’articolo 1063 del codice civile stabilisce una graduatoria delle fonti regolatrici dell’estensione e dell’esercizio delle servitù, ponendo a fonte primaria il titolo costitutivo del diritto, mentre i precetti dettati dai successivi articoli 1064 e 1065 rivestono carattere meramente sussidiario. Tali precetti, pertanto, possono trovare applicazione soltanto quando il titolo manifesti al riguardo lacune o imprecisioni non superabili mediante l’impiego d adeguati criteri ermeneutici; ove, invece, il contenuto e la modalità di esercizio risultino puntualmente e inequivocabilmente determinati dal titolo, a questo soltanto deve farsi riferimento.

In pratica, la Cassazione ritiene che la fonte primaria da considerare è il titolo costitutivo mentre gli altri parametri indicati dalla legge rivestono carattere meramente sussidiario di guisa che il giudice può utilizzare i criteri ulteriori solo in presenza di un atto costitutivo lacunoso o impreciso, se, viceversa, il contenuto e le modalità di esercizio sono puntualmente determinati non c’è spazio per ricorrere al criterio del soddisfacimento del bisogno del fondo dominante con minor aggravio del fondo servente.

 

Bocciatura UE del condono tombale Iva del 2002:la Cassazione approva.

Per, coloro che hanno aderito al condono Iva del 2002 e hanno un contenzioso aperto si apre una nuova prospettiva con le pronunce delle sezioni unite che, con le ordinanze depositate del 17 febbraio 2010, hanno decretato la bocciatura del condono tombale del 2002 perché incompatibile con i principi comunitari pronunciati con la sentenza del 17 luglio 2008 della Corte Ue ma che, tuttavia, con un interpretazione adeguatrice, hanno salvato le liti pendenti.

Secondo la sentenza suddetta della Corte di Giustizia Europea, le disposizioni sul condono fiscale contenute nella legge 289/02 agli artt. 8 e 9 che prevedevano rispettivamente l’integrativa semplice ed il condono tombale nella parte in cui consentivano una definizione dell’Iva sono contrarie al sistema di tale imposta previsto in ambito comunitario in quanto costituiscono “una rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi d’imposta”.

In seguito, la Cassazione con una serie di sentenze del 2009 (n.20069, n. 25701) ha riconosciuto efficacia immediata a tale pronuncia, nell’ambito del diritto interno, di guisa che il giudice chiamato a decidere in controversie per le quali vi era stata una definizione Iva, doveva d’ufficio non tener conto di tale definizione.

La rilevanza della problematica applicativa ha condotto alla rimessione della questione alla Suprema Corte a cui sono stati dati molti nodi da sciogliere in via interpretativa sia in merito alla decadenza di fatto della definizione fiscale con grave danno al contribuente sia all’amministrazione per le disposizioni previste a suo favore, quali la proroga del termine per la notifica dell’accertamento e la sospensione dei termini per proporre impugnazione.

Le sezioni unite hanno stabilito che la sentenza dei giudici comunitari trova applicazione diretta nell’ordinamento nazionale, riguarda non solo il condono tombale ed il condono con dichiarazione integrativa ai fini Iva ma si estende anche alla rottamazione dei ruoli ma non trova applicazione per le liti fiscali pendenti.

Quindi, il giudice tributario chiamato a decidere su controversie che riguardano definizioni Iva dovrà non considerare il condono tombale, l’integrativa semplice e la rottamazione dei ruoli per la parte relativa all’Iva, mentre, al contrario, dare un’interpretazione restrittiva delle altre norme previste dalla legge sul condono, ad esempio, le proroghe dei termini delle definizioni delle liti.

E’ stato così deciso che il giudice nazionale, alla luce di un’interpretazione adeguatrice, deve disapplicare l’articolo 12 nella parte in cui, relativamente all’Iva, consente di definire una cartella esattoriale con il pagamento del 25% dell’importo iscritto a ruolo, in quanto la disposizione comporta una rinuncia definitiva dell’amministrazione alla riscossione di un credito già definitivamente accertato.

Tale interpretazione adeguatrice della Cassazione per le liti fiscali pendenti per escludere la vincolatività della sentenza Ue ritiene prevalente l’incertezza del contenzioso rispetto alla rinuncia dello Stato ad accertare l’imposta di conseguenza, sulla base di tale esito incerto, si può giustificare una soluzione transattiva che garantisca il gettito all’amministrazione nonché l’applicazione dell’art. 16.

 

 

Parliamo di …………Risparmio e consumatori.

Dal 1 marzo entrano in vigore le nuove norme che permetteranno di effettuare i pagamenti in un giorno.

Il governo, infatti, ha varato il 22 gennaio scorso il decreto legislativo attuativo della direttiva Ue sui servizi di pagamento del 2007 (Payment services directive), le cui nuove regole sono state entrate in vigore il primo marzo. Entro, quindi, il 30 aprile le banche dovranno comunicare ai clienti le modifiche alle condizioni contrattuali.

Si accorciano i tempi delle transazioni telematiche: i bonifici dovranno essere evasi entro un giorno lavorativo per via telematica, due giorni, invece, per quelle cartacee allo sportello e la data di valuta dalla quale maturano gli interessi sulle somme accreditate e la disponibilità economica devono coincidere; per il versamento di assegni circolari, l’operazione deve risultare entro un giorno lavorativo, entro quattro in disponibilità; per il versamento di assegni bancari, l’operazione deve risultare in valuta entro 3 giorni lavorativi, 5 in disponibilità ( dal 1 aprile 2010, entro 4 giorni).

Altre novità riguardano i conti correnti (trasloco del RID, massimo scoperto, arbitro bancario), i mutui (surroga, rinegoziazione, tasso variabile indicizzato al tasso BCE, tetto al 4% ai mutui a tasso variabile o misto), assicurazioni (recesso senza oneri,”Bersani bis”, preventivo on line).

Nessun istituto bancario, ad oggi, ha dichiarato di voler usufuire della deroga valida fino al 2012 per ritardare l’applicazione delle nuove tempistiche, almeno nelle intenzioni, il prosieguo ci dirà se l’adeguamento sarà indolore.

 

No all'iscrizione ipotecaria per credito inferiore a 8000 euro

Oggi parliamo di un interessante pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione  che hanno sancito l'illegittimità dell'iscrizione ipotecaria per un importo inferiore ad ottomila Euro.

La vicenda riguarda un cittadino di Castellammare di Stabia il quale si era visto iscrivere ipoteca da Gest-line (ora Equitalia Polis S.p.a.) per un presunto credito di natura sconosciuta e per una cartella mai notificata ammontante ad appena 916,93 Euro ed aveva proposto opposizione all'esecuzione innanzi al Giudice di Pace di Castellammare di Stabia che l'aveva accolta con sentenza n.3770/2007. Equitalia aveva proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza di condanna sostenendo la natura tributaria del credito e comunque la legittimità dell'iscrizione ipotecaria anche per cifra inferiore.

La Corte di Cassazione, nel rigettare l'eccezione di difetto di giurisdizione, ha ribadito la violazione dell'art.77 del DPR n.602/73 ritenendo il limite di ottomila Euro applicabile non solo all'avvio della espropriazione ipotecaria ma anche alla mera iscrizione ipotecaria la quale soggiace allo stesso limite, essendo "un atto preordinato e strumentale all'espropriazione immobiliare". In conseguenza del rigetto del ricorso Equitalia è stata condannata al pagamento delle spese del giudizio liquidate in Euro 2700,00.

La Cassazione ha ricordato che "al pari delle controversie in tema di fermo di beni mobili di cui all'art.86 del DPR n.602/73 anche quelle in tema di iscrizione ipotecaria rientrano nella giurisdizione delle Commissioni Tributarie soltanto nel caso in cui siano state effettuate per ottenere il pagamento di imposte o tasse", mentre nel caso di specie era stata utilizzata l'espressione "totale tributi/entrate, che per la sua equivocità non è assolutamente in grado di comprovare l'erroneità della pronuncia impugnata" e non emergevano "elementi per  a favore della natura tributaria del credito".

(Corte di Cassazione - Sezioni Unite Civili, Sentenza 22 febbraio 2010, n. 4077).

 

 

 

Licenziamento per superamento del comporto: impugnazione e decadenza

Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 28.01.2010 n° 1861 

Meritevole di attenzione è questa pronuncia della Suprema Corte che ha stabilito che l’impugnazione del licenziamento per il superamento del periodo di comporto non è soggetto al termine di decadenza di sessanta giorni, di cui alla disciplina generale dei licenziamenti individuali dettata dalla legge n. 604 del 1966, ma al termine di prescrizione lungo dieci anni.

Il caso ha riguardato una dipendente della società Poste Italiane s.p.a. che avendo impugnato il licenziamento per il superamento del periodo di comporto di assenza per malattia, si è vista respingere la domanda in primo e in secondo grado di giudizio, per il fatto che, tra l’altro, non aveva dimostrato che l’impugnazione fosse stata tempestiva.

La suprema Corte  ha rilevato che, il recesso del datore di lavoro per superamento del periodo di comporto da parte del lavoratore costituisce un’ipotesi particolare di cessazione del rapporto di lavoro regolamentata dall’art. 2110 c.c., dunque separata rispetto la generale disciplina sull’estinzione del rapporto di lavoro di cui agli artt. 2118 e 2125 c.c. e a quella delle leggi n. 604/1966 e n. 300/1970.

Fino alla sentenza suddetta, questo carattere di specialità non si riteneva adottabile agli aspetti formali e procedurali che riguardavano il licenziamento, per il quale continuavano ad applicarsi le regole stabilite dalla legge n. 604 del 1966, anche in tema di impugnazione dello stesso, la quale doveva essere prodotta, a pena di decadenza, entro 60 gg.

La Corte, al riguardo, ha fatto però rilevare che vi sono altri casi di recesso da parte del datore in cui il termine di decadenza poco prima citato non si applica, in quanto sono disciplinati da norme speciali, tra cui, i licenziamenti previsti dalla legge n. 7/1963, art. 1 (sul divieto di licenziamento delle lavorataci per causa di matrimonio), dalla legge n. 1204/1971, art. 2 (sulla tutela delle lavorataci madri) per i quali, salvo diverse disposizioni di legge, la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e l’azione per farla dichiarare non è soggetta a prescrizione.

Sulla scorta di questo iter logico-giuridico, la Corte, per coerenza sistematica, ha ritenuto di estendere il medesimo principio anche al recesso per superamento del periodo di comporto, costituendo anch’esso una forma speciale di cessazione del rapporto di lavoro, non rientrante nella disciplina di cui alla legge n. 604/1966.

La sentenza appare sicuramente innovativa e convincente nella motivazione proposta ma saranno in futuro altre pronunce omogenee che permetteranno il consolidarsi di questo indirizzo.

 

Parliamo di …………….

Pubblico Impiego:nuove norme in materia di assenza per malattia

“Dal D.L. 112/2008 norma più severe sui controlli e restrizioni sullo stipendio al Dm 206 provvedimento che definisce gli orari di visita dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18 al Dl 165/2001 per il computo del trattamento economico.”

Prima della c.d. riforma Brunetta, i contratti collettivi di comparto disciplinavano la durata massima del periodo di assenza dal lavoro imputabile a malattia, il trattamento retributivo corrispondente nonché le prescrizioni in materia di controllo da parte della pubblica amministrazione dello stato di malattia del dipendente. Oggi, tale normativa contrattuale è stata modificata e integrata con alcune limitazioni a opera del D.L. n. 112/08, convertito in L. n. 133/08, che ha introdotto all’art. 71 una serie di disposizioni restrittive in materia, in particolare, in relazione al trattamento retributivo nel periodo di assenza per malattia e al controllo da parte dell’amministrazione datrice di lavoro, non derogabili dai contratti o accordi collettivi e applicabili senza esclusioni a tutti i lavoratori del pubblico impiego. La norma suddetta, a sua volta, è stata  recentemente modificata dagli artt. 69 e 72, comma 1, lettera a) del D.Lgs. n. 150/09 che hanno introdotto l’articolo 55-septies nel D.Lgs. n. 165/01, ulteriormente modificando le disposizioni in materia di controllo della malattia dei dipendenti pubblici. Infine, è stato emanato il decreto ministeriale 18 dicembre 2009, n. 206 che determina le fasce orarie di reperibilità per i pubblici dipendenti in caso di assenza per malattia.

L’art. 55-septies del D.Lgs. n. 165/01 – introdotto dall’art.69 del D.Lgs. n. 150/09- prevede nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore ai dieci giorni e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare, che l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il servizio sanitario nazionale. L’obbligo della certificazione medica sussiste anche quando il dipendente debba sottoporsi ad un accertamento diagnostico o ad una visita specialistica, sempre che tale evento sia imputabile a malattia e che si versi nell’ipotesi  di terso evento di malattia nell’anno solare o che si sia superato il periodo di dieci giorni di assenza dal posto di lavoro.

L’art. 71, comma 1, del D.L. n. 112/08 dispone che nei primi dieci giorni di assenza per malattia è corrisposto al dipendente pubblico il trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità o emolumento, comunque denominati, aventi carattere fisso e continuativo, nonché di ogni trattamento accessorio. A tale trattamento economico restrittivo si sottraggono le assenze per malattia  dovute ad infortunio sul lavoro o a causa di servizio, oppure quelle motivate da ricovero ospedaliero o day hospital, nonché dovute a patologie gravi che richiedono terapie salvavita.

L’art. 69 del D.Lgs. 150/09 che ha introdotto l’art. 55-septies nel D.Lgs. n. 165/2001 riguardo i controlli ha disposto che l’amministrazione deve attivare il medico fiscale per la visita di controllo anche per l’assenza per un solo giorno di malattia, << tenuto conto delle esigenze funzionali e organizzative>> dell’ente. Vi è, infatti, d un lato, l’esigenza che la P.A. datrice di lavoro verifichi l’effettività della malattia in capo ai propri dipendenti al fine di evitare o limitare il più possibile le condotte assenteistiche, e, dall’altro, la necessità che tali controlli indiscriminati non rischino di configurarsi come un ingiustificato aggravio di spese a carico dell’amministrazione.

A oggi, il decreto ministeriale del 18 dicembre 2009 n. 206 prevede all’articolo 1 che, in caso di assenza per malattia, le fasce di reperibilità durante le quali i dipendenti delle pubbliche amministrazioni in malattia devono essere al proprio domicilio, a disposizione per le eventuali visite del medico fiscale, sono fissate negli orari dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, compresi i giorni non lavorativi e festivi. Lo stesso decreto prevede delle eccezioni e, precisamente, sono esentati i dipendenti per i quali l’assenza è riconducibile all’effetto di patologie gravi che richiedono terapie salvavita, infortuni sul lavoro, malattie per le quali è riconosciuta la causa di servizio, nonché stati patologici sottesi o connessi alla situazione d’invalidità riconosciuta. Sono, altresì, esentati dall’obbligo di reperibilità i dipendenti nei confronti dei quali sia stata già effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato.

 

 

 

 

 

 

Proprietari e inquilini:uscite su misura dall’affitto.

Nelle locazioni, i tempi e le modalità della disdetta sono collegati alla tipologia di contratto concluso e cioè contratti abitativi a canone libero, a canone convenzionato, transitori, a studenti universitari, non abitativi o a canone e durata liberi, in base alle sole prescrizioni del codice civile.

Per quanto riguarda le locazioni abitative libere di lungo periodo, di durata di quattro anni più quattro, la legge prevede due tipi di recesso del locatore:quello per finita locazione e quello relativo al c.d. diniego del rinnovo obbligatorio, alla scadenza del primo quadriennio.

Nelle locazioni a canone libero (4+4anni), la legge dispone che alla seconda scadenza ciascuna parte può attivarsi per il rinnovo a nuove condizioni o di rinuncia al rinnovo del contratto, comunicando la propria intenzione con lettera raccomandata, da inviare all’altra parte almeno sei mesi prima della scadenza. In mancanza di risposta o di accordo, il contratto si intende scaduto alla data di cessazione della locazione, viceversa senza la mancata comunicazione il contratto è rinnovato tacitamente. Nei contratti di durata è ammesso il recesso unilaterale anche immotivato di natura contrattuale o per “giustificato motivo”, al termine del primo quadriennio. Alla prima scadenza dei contratti il locatore può avvalersi della facoltà di diniego del rinnovo con comunicazione al conduttore con preavviso di almeno sei mesi per una serie di motivi tassativamente previsti dalla legge. Il codice civile per la locazione a tempo determinato prevede la cessazione tra le parti alla fine del termine senza che sia necessaria la disdetta. Questo caso riguarda le locazioni per le vacanze, quelle delle abitazioni catastalmente individuate come di lusso o come ville, quelle vincolate dalla sopraintendenza come bene storico, artistico o culturale ai sensi delle leggi statali, le foresterie affittate a società e da esse destinate ai propri dipendenti, nonché box o magazzini separati da case e negozi. Queste tipologie di locazioni sono escluse dall’applicazione del regime vincolistico previsto sia dalla legge 431/98 sia dalla legge 392/78. Vi sono, poi, altre forme di contratto con specifiche forme di recesso, in particolare, quelle per studenti universitari. Si tratta dei contratti di locazione convenzionate (3+2), locazioni transitorie e di quelle destinate agli studenti universitari, tutti previsti dalla legge 431/98 che sono disciplinati in maniera peculiare, anche per quanto al recesso. Nelle locazioni convenzionate, è prevista una durata minima non inferiore a 3 anni ed alla prima scadenza, una proroga di diritto di 2 anni, ove le parti non concordino sul rinnovo, salva la facoltà di disdetta da parte del locatore ai sensi dell’art. 3, legge 431/98, ovvero di vendita dell’immobile. Nelle locazioni transitorie, i contratti hanno una durata imposta dal decreto ministeriale del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti non inferiore ad un mese e non superiore a diciotto mesi. In tale periodo temporale, le parti sono libere di determinare la durata del contratto, fermo restando che alla scadenza esso cesserà automaticamente, senza necessità di disdetta. Qualora vengano meno le condizioni che giustificano la transitorietà, il contratto si intenderà ricondotto alla durata prevista dalla legge 431/98 (4+4 anni). Infine, per quanto riguarda gli universitari, in ordine alla durata delle locazioni, lo stesso decreto ministeriale sopra riportato dispone che la durata è da 6 mesi a 3 anni, rinnovabili di altri 3 anni, salvo disdetta del conduttore, alla prima scadenza, mentre il locatore, solo alla scadenza del secondo periodo.

 

Vanno rimborsati i danni della lite fiscale inutile per mancata autotutela o “abbandono”

Cassazione sezione III civ. 19 gennaio 2010, n. 698

Se il fisco, per qualsiasi ragione, costringe il contribuente a ricorrere contro un atto impositivo del quale sia già stata evidenziata l’illegittimità e/o l’infondatezza prima di giungere al ricorso, i danni, arrecati al contribuente, devono essere pagati dall’amministrazione.

Ha stabilirlo è l’interessante filone giurisprudenziale segnato da una serie  di sentenze della Corte di cassazione, l’ultima delle quali è la n. 698 del 19 gennaio scorso.

 

La sanatoria non applicabile alle multe

Se vi è stata notificata una cartella di pagamento da centinaia di euro per una multa risalente negli anni non pagata e il Comune vi chiede di pagare solo il doppio dell’importo originario, tale pagamento non è sufficiente a estinguere il debito. A stabilirlo è stata la Cassazione con la sentenza n. 2436 del 3 febbraio che stabilisce che la cartella ha natura liquidatoria e non può essere ritenuta un atto impositivo condonabile, per cui pagare l’importo richiesto non esclude la possibilità, entro 10 anni, di vedersi chiedere comunque la differenza. Ovvero le maggiorazioni che in base alla legge 689/81 non sono dovute sulle multe.

Lo scandalo della riscossione anomala dei tributi

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, la Corte dei Conti ha rilevato che sono più di 200mila i casi di riscossione irregolari commesse dalle società concessionarie. Una realtà fatta di procedure anomale di vaste proporzioni, di rilevanti irregolarità commesse nell’espletazione del servizio da parte delle società concessionarie. A fronte di tale pericolo si è consolidato un interessante filone giurisprudenziale di garanzia della Corte di Cassazione, da ultimo con la sentenza n. 698 del 19 gennaio scorso che ha stabilito nel caso in cui l’autotutela non venga tempestivamente adottata, al punto da costringere il privato ad affrontare spese legali e d’altro genere per proporre ricorso per l’annullamento dell’atto, la responsabilità dell’amministrazione permane ed è innegabile. Tale possibilità di chiedere il risarcimento dei danni subiti per difendersi da un atto illegittimo rappresenta senz’altro un importante e nuovo mezzo di tutela per il contribuente.

“Brevi considerazioni sul lavoro flessibile: i contratti a termine”

Il contratto di lavoro subordinato a tempo determinato è sempre stato visto nel nostro ordinamento come una deroga alla normalità costituita dal rapporto di lavoro a tempo determinato. La legge 18 aprile 1962 n. 230 evidenziava che “il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato, salvo le eccezioni appresso indicate”, che ab origine erano 6. Formula ribadita, seppur in forma diversa, nell’attuale disciplina del contratto a termine contenuta nel D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368.

La legge 24 dicembre 2007 n. 247 ha aggiunto all’art.1 del D.Lgs 368/01 il comma 1 che recita:<<il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato>>, segnando una decisa inversione di rotta del Legislatore ed abrogando la legge 230/62.

Nella prima parte del comma 1 viene detto: “è consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a , di ragioni tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo (….)” ed, ancora, al comma 2 che “l’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente da un atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1”.

Quanto, poi, alla durata, il contratto di lavoro a termine non può superare i tre anni (cinque per l’assunzione di dirigenti; art. 10, co.4) e soltanto laddove il termine iniziale sia inferiore a questo limite il contratto potrà essere prorogato, per una sola volta, con il consenso del lavoratore, per ragioni riferite alla stessa attività di assunzione (art. 4): comunque, contratto orginario e proroga non possono superare i tre anni.

Il mancato rispetto dei termini di durata convenuti tra le parti comporta due sanzioni specifiche: laddove il lavoratore continui a prestare la propria opera oltre il termine convenuto, ma non vada oltre il decimo o il ventesimo da quello, il datore di lavoro è tenuto a corrispondere un retribuzione giornaliera maggiorata del 20% per i primi dieci giorni e del 40% per i giorni successivi; laddove, invece, superi il ventesimo o trentesimo giorno – a seconda che il contratto sia inferiore o superiore ai se mesi – “il contratto si considera a tempo indeterminato dalla scadenza dei predetti termini” (art. 5, co. 1 e 2). Sempre tenendo conto della durata del contratto originario, identica sanzione viene comminata dalla legge laddove si riassuma a termine il medesimo lavoratore, entro dieci giorni ovvero venti giorni dalla scadenza del termine originario, ovvero non si osservi alcuno iato temporale (articolo 5, co. 3 e 4).

Il Legislatore, per porre un freno all’abuso della successione dei contratti a termine con il medesimo lavoratore, ha introdotto la stessa sanzione della conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato “qualora….il rapporto di lavoro…..abbia complessivamente superato i trentasei mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro…”.

Queste le regole generali e basilari del contratto a tempo determinato che, durante il suo svolgimento, vive dei principi generali, anche in virtù del principio di non discriminazione (art.6) richiamato dal D.Lgs. 368/01.   

 

Corte Costituzionale , sentenza 14.01.2010 n° 3

L’art. 140 c.p.c. è costituzionalmente illegittimo nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione.

La Corte Costituzionale ha stabilito che "nell’attuale sistema normativo si è dunque verificata una discrasia, ai fini dell’individuazione della data di perfezionamento della notifica per il destinatario, tra la disciplina legislativa della notificazione a mezzo posta, dettata dal novellato art. 8 della legge n. 890 del 1982 – dove le esigenze di certezza nella individuazione della data di perfezionamento del procedimento notificatorio, di celerità nel completamento del relativo iter e di effettività delle garanzie di difesa e di contraddittorio sono assicurate dalla previsione che la notificazione si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata informativa ovvero dalla data di ritiro del piego, se anteriore – e la disciplina dell’art. 140 cod. proc. civ., nella quale il diritto vivente, ai fini del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, dà rilievo, per esigenze di certezza, alla sola spedizione della raccomandata, sia pure recuperando ex post la ricezione della raccomandata, da allegare all’atto notificato, o in vista del consolidamento definitivo degli effetti provvisori o anticipati medio tempore verificatisi (Corte di cassazione, Sezioni unite, 13 gennaio 2005, n. 458), o in funzione della prova dell’intervenuto perfezionamento del procedimento notificatorio (Corte di cassazione, Sezioni unite, 14 gennaio 2008, n. 627).

È evidente che la disposizione denunciata, così come interpretata dal diritto vivente, facendo decorrere i termini per la tutela in giudizio del destinatario da un momento anteriore alla concreta conoscibilità dell’atto a lui notificato, viola i parametri costituzionali invocati dal rimettente, per il non ragionevole bilanciamento tra gli interessi del notificante, su cui ormai non gravano più i rischi connessi ai tempi del procedimento notificatorio, e quelli del destinatario, in una materia nella quale, invece, le garanzie di difesa e di tutela del contraddittorio devono essere improntate a canoni di effettività e di parità, e per l’ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla fattispecie, normativamente assimilabile, della notificazione di atti giudiziari a mezzo posta, disciplinata dall’art. 8 della legge n. 890 del 1982.

Deve pertanto essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 140 cod. proc. civ., nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione."

 

 

“Per contestare l'errore nella multa non è necessaria la querela di falso”

Cassazione civile , sez. II, sentenza 04.12.2009 n° 25676

Le percezioni sensoriali dei verbalizzanti, siccome passibili di erroneità nella valutazione (non essendo i fatti avvenuti in loro presenza), possono essere contestate anche mediante il ricorso a prove di tutte le categorie previste dal codice, senza necessità di previa presentazione della querela di falso (Così Cass. civ., 1 luglio 2005, n. 14038; Cass. 21 luglio 2005, n. 15324; Cass. civ. Sez. II, 12 gennaio 2006, n. 457). E' un principio, ormai consolidato in giurisprudenza, che la Corte di Cassazione, sez. II civle, ha ribadito con la sentenza 4 dicembre 2009, n. 25676.

In particolare, quanto alle circostanze di fatto che il verbalizzante segnali di avere accertato nel corso dell'inchiesta per averle apprese de relato o in seguito ad ispezione di documenti o apprezzamenti deduttivi in ordine alla dinamica di un sinistro stradale, la legge non attribuisce al verbale alcun valore probatorio precostituito, neppure di presunzione semplice, ma il materiale raccolto deve essere liberamente apprezzato dal giudice, il quale può valutarne l'importanza ai fini della prova, ma non può mai attribuirgli il valore di vero e proprio accertamento addossando all'opponente l'onere di fornire la prova dell'insussistenza dei fatti contestatigli. Pertanto non è onere della parte dare una prova contraria alle enunciazioni fatte dalla polizia municipale, in ordine alla probabile dinamica del sinistro in cui la parte stessa è rimasta coinvolta (Cass. civ., 25 giugno 2003, n. 10128).

Da ciò si deduce il principio affermato e riconfermato in questa sentenza, ossia per contestare le affermazioni contenute in un verbale proveniente da un pubblico ufficiale su circostanze oggetto di percezione sensoriale, e come tali suscettibili di errore di fatto - nella specie la rilevazione del numero di targa di un'auto - non è necessario proporre querela di falso, ma è sufficiente fornire prove idonee a vincere la presunzione di veridicità del verbale, secondo l'apprezzamento rimesso al giudice di merito (Cass. civ., 20 luglio 2001, n. 9909; Cass. civ., Sez. I, 30 dicembre 2005, n. 28939; Cass. civ., Sez. II, 12 gennaio 2006, n. 457; Cass. civ., Sez. III, 15 febbraio 2006, n. 3282).

“Maltempo e danni: al Comune il “conto” della buca”

Con l’emergenza neve e ghiaccio iniziano i problemi del manto stradale:buche, avvallamenti, asfalto rovinato. Queste situazioni possono costituire una trappola sia per i pedoni sia per le auto. Che cosa può fare chi si trova a subire un danno e/o una lesione a causa di marciapiedi e strade rovinate?

Il cittadino danneggiato può indirizzare anzitutto al comune del luogo ove sia avvenuto il sinistro una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno contenente la propria richiesta di risarcimento, accompagnata dalla seguente documentazione: a) congrua documentazione fotografica dei beni danneggiati, nonché dello stato dei luoghi esistente al momento dell’incidente; b) preventivi e/o fatture di riparazione del bene danneggiato; c) nel caso di lesioni personali, documentazione medica La prescrizione per i danni da buche sul manto stradale è pari a 5 anni (come per i danni da neve), tuttavia è opportuno mandare presto la richiesta per rendere noto il fatto, corredata dalle dichiarazioni testimoniali.

Come ricorda la Suprema Corte ( fra le tante sentenze, la n. 2543/2006 della Cassazione civile, sezione II), ai sensi dell’art. 2051 c.c., la responsabilità per danni ha natura oggettiva, in quanto si fonda sul rapporto di custodia, cioè sulla relazione intercorrente fra la cosa dannosa e colui il quale ha l’effettivo potere su di essa:occorre, da un lato, che il danno sia prodotto “nell’ambito del dinamismo connaturale del bene, o per l’insorgenza in esso di un processo dannoso, ancorchè provocato da elementi esterni" e, dall’altro, che la cosa, pur combinandosi con l’elemento esterno (ad esempio, la strada resa scivolosa dall’elemento esterno costituito dalla neve divenuta ghiacciata), costituisca la causa o la concausa del danno.

 

“Incidenti stradali:se l ‘auto non è assicurata scende in campo il fondo”

Nei casi in cui l’incidente stradale è stato causato da veicoli o natanti non identificati, oppure da veicoli non assicurati, o ancora da mezzi assicurati presso imprese poste in liquidazione coatta amministrativa e da veicoli che siano stati oggetto di furto al risarcimento dei danni provvede il “Fondo di garanzia per le vittime della strada”. Nell’ipotesi in cui l’incidente è stato provocato da un veicolo che risulti non coperto di assicurazione, il risarcimento è dovuto sia per i danni alla persona sia per i danni alle cose. Infatti, a partire dal 24 novembre 2007 ( a seguito del D.Lgs. 198/07) i danni alle cose vengono risarciti integralmente.

La gestione dei sinistri è demandata  a società di assicurazione designate, per ogni regione o gruppi di regioni, con provvedimento dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private (ISVAP) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Ciascuna compagnia provvede a corrispondere ai danneggiati le somme loro dovute per i sinistri che si verificano nel territorio per il quale è stata designata

Ristrutturazione edilizia, ricostruzione e nuova costruzione

Cassazione civile , sez. II, sentenza 07.09.2009 n° 19287

La Cassazione, con la decisione 7 settembre 2009, n. 19287, è tornata a soffermarsi sulle diversità che caratterizzano gli interventi di ristrutturazione, ricostruzione e nuova costruzione.Si tratta degli interventi la cui definizione legislativa è contenuta nell’articolo 3 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, il quale dopo aver definito gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria e gli interventi di restauro e di risanamento conservativo, si sofferma alla lettera d) sugli interventi di ristrutturazione edilizia.

La giurisprudenza di questa Corte in materia ha avuto, più volte, modo di affermare:

a) che la semplice ristrutturazione si verifica quando gli interventi, comportando modificazioni esclusivamente interne, abbiano interessato un fabbricato le cui componenti essenziali, quali muri perimetrali, strutture orizzontali e copertura siano rimasti inalterati;

b) che la ricostruzione si verifica allorquando le suddette componenti dell'edificio, per evento naturale o per fatto umano, siano venute meno e l'intervento successivo non abbia comportato alcuna variazione rispetto alle originarie dimensioni dell'edificio, con particolare riferimento alla volumetria, alla superficie di ingombro occupata ed all'altezza;

c) che,in caso di aumento di una delle suddette componenti, si è presenza di una nuova costruzione, da considerare tale agli effetti del computo delle distanze rispetto agli immobili contigui;

d) che in tali ultimi casi la distanza prevista dalle nuove disposizioni va comunque riferita al nuovo fabbricato nel suo complesso, ove lo strumento urbanistico contenga una norma espressa in tal senso, oppure, in mancanza, alle sole parti eccedenti le dimensioni dell'edificio originario (v. tra le altre, Cass. 6637/06, 1817/04, 6317/03, 14128/00, 4577/94, 3762/89).

 

 

 “L’assegno di divorzio all’ex moglie senza lavoro”

Cassazione civile sent. N. 23906/09

Con la sentenza 23906/09 la Cassazione ha precisato che l’assegno divorzile va riconosciuto all’ex moglie che ha difficoltà a trovare lavoro in quanto la scarsità di occasioni occupazionali giustifica il contributo.L’accertamento del diritto al contributo va effettuato verificando innanzitutto l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione delle nozze.

“Tempi più rapidi per le invalidità civili”

La legge anticrisi 102/2009 ha messo in moto una vera e propria rivoluzione nel tormentato settore dell’invalidità civile.Dal 1 gennaio, le domande per il riconoscimento dell’invalidità civile, della cecità civile, del sordomutismo e dell’handicap e dei relativi benefici vanno presentate all’Inps e non più alle Asl, che subentreranno in seconda battuta, solo per accertare il requisito sanitari.

Internet diventa obbligatorio per le domande che vanno inoltrate all’Inps (www.Inps.it) solo via telematica riempiendo i moduli in formato elettronico scaricabili dal sito dell’Ente.

In sintesi ecco le varie fasi per la compilazione corretta del modulo di domanda.

1) il medico di famiglia, lo specialista o il medico del patronato certifica le patologie invalidanti compilando online un apposito modulo. Per tale operazione deve essere munito di codice (Pin) che viene rilasciato dagli uffici Inps presso i quali si è accreditato.

2) In seguito trasmesso il cetificato, il medico consegna all’assistito un codice rilasciato dall’Inps che permette l’abbinamento alla richiesta vera propria, per la quale vanno compilate rispettivamente la sezione A se il soggetto chiede il riconoscimento dei benefici per se stesso, oppure la sezione B se agisce per conto di un minore o un interdetto. La domanda viene accolta solo se trasmessa all’Inps entro 30 giorni dalla data in cui è stato trasmesso il certificato medico.  

Se la domanda è completa di dati richiesti, l’Inps rilascia una ricevuta, sempre per via telematica, contenente anche l’indicazione della data, dell’ora e la Asl presso cui si svolgerà la visita medica con l’indicazione della documentazione da portare  e della possibilità di farsi assistere durante la visita da un medico di fiducia.

C’è inoltre la possibilità di farsi visitare a domicilio se il medico compila un ulteriore certificato nel quale dichiara che dallo spostamento  dell’assistito potrebbero derivare rischi a lui stesso e ad altre persone.Nel giorno fissato, l’interessato sarà sottoposto a visita dalla Commissione medica della Asl in cui sarà sempre presente un medico dell’Inps insieme ad altri sanitari specialisti nelle patologie indicate nella domanda.L’esito positivo viene comunicato a domicilio mediante l’invio del verbale con il quale la Commissione medica attesta il riconoscimento dello stato di invalidità.A questo punto, il soggetto interessato, o per suo conto il patronato, dovrà tornare su internet e inserire i dati richiesti per la liquidazione dell’assegno o dell’indennità a cui ha diritto. In questo modo l’Inps sarà anche in grado di verificare, prima di dare il via libera al pagamento, se il soggetto è in possesso dei requisiti di reddito richiesti per le prestazioni previste.Resta da sottolineare che il cittadino con la procedura on line, grazie a uno speciale codice rilasciato al momento della domanda, sarà in grado di seguire l’iter della pratica fino alla fase finale del pagamento. Con la semplificazione delle procedure e le domande on line, l’Inps propone di versare il primo assegno entro 120 giorni dalla richiesta.

Cassazione: nulle le multe con il "photo red" al semaforo se non è presente il vigile

Corte di Cassazione Civile, sezione seconda - Sentenza n. 23084 del 30/10/2009
Circolazione stradale - Artt. 41, 146 e 201 del Codice della Strada - Semaforo rosso - Dispositivi di rilevamento in remoto - Il passaggio col semaforo rosso rilevata solo con apparecchiatura a posto fisso, si presta a possibili errori in tutti nei casi in cui il veicolo, pur avendo impegnato l'incrocio col semaforo verde, sia costretto a fermarsi, subito dopo al crocevia per possibili ingorghi, con la conseguente rilevazione non completa delle varie fasi che solo la presenza del vigile può evitare.

Anche le multe a chi passa con semaforo rosso sono nulle se l'infrazione è stata rilevata con il "photo red" senza la presenza del vigile. Parola di Cassazione. La Corte, infatti, (sentenza 23084/2009) accogliendo il ricorso di un automobilista ha ricordato che ''la fattispecie dell'attraversamento del semaforo a luce rossa, rilevata solo con apparecchiatura a posto fisso, si presta a possibili errori, in tutti i casi in cui, il veicolo, pur avendo impegnato l'incrocio correttamente col semaforo a luce verde, sia costretto a fermarsi, subito dopo il crocevia, per possibili ingorghi, con la conseguente rilevazione non completa delle varie fasi che solo la presenza del vigile puo' evitare''. In primo grado il giudice di pace aveva confermato la contravvenzione sulla base della considerazione che l'automobilista non aveva provato il ''non corretto funzionamento dell'apparecchiatura''. La Cassazione ha ora ribaltato il verdetto ribadendo la necessità della presenza del vigile in quanto l'apparecchiatura a posto fisso, soprattutto nei casi di ingorgo, rappresenta un rilevamento  che ''si presta a possibili errori''. Nella sentenza si legg einoltre che "non e' decisivo il fatto che l'art. 384 reg. att. del Cds ricomprenda nell'ipotesi di impossibilita' della contestazione immediata l'attraversamento dell'incrocio col semaforo rosso perche' si tratta di una norma che non puo' derogare a quella generale sulla necessita' della contestazione immediata, quando possibile, e sulla presenza dei vigili".

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Avvocati: arriva in Italia la tecnologia d'intelligenza artificiale Luminance (dom, 22 ott 2017)
di Lucia Izzo - La tecnologia d'avanguardia è entrata negli studi legali con prepotenza e subito si è imposta come un partner di cui non è più possibile fare a meno: merito dell'efficienza del lavoro automatizzato dei "robot" e dei software dotati di intelligenza artificiale. Non si tratta di un fenomeno che affascina soltanto i professionisti d'oltralpe o d'oltreoceano: anche il mercato italiano, infatti, si è di recente dimostrato assai sensibile alla "rivoluzione" tecnica e scientifica, e ha adottato i più sofisticati sistemi software che promettono di svolgere in meno tempo e con prestazioni maggiormente produttive rispetto ai partner umani. Leggi anche: - Da Ross a Coin: ecco i robot che manderanno in pensione gli avvocati - Il primo avvocato robot arriva in ItaliaL'evoluzione in ques...
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Multe autovelox: dal 1° agosto potrebbero essere nulle (dom, 22 ott 2017)
di Valeria Zeppilli – Con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti numero 282 del 13 giugno 2017 il sistema di taratura e di impiego dei misuratori elettronici della velocità ha subito alcune modifiche, operative dal 1° agosto 2017, che, sebbene in generale non abbiano cambiato di molto la prassi precedente, su un particolare aspetto stanno iniziando a destare alcune perplessità, tali da mettere in discussione alcune delle più recenti multe elevate per eccesso di velocità. Autovelox: le nuove regole sulla taratura degli apparecchi In particolare, con riferimento al campo di velocità nel quale vengono eseguiti i test di taratura periodica degli autovelox utilizzati dalle pattuglie mobili, le velocità che i veicoli utilizzati per le misurazioni di prova devono raggiunge...
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Paga i danni a madre e figlio il padre che ostacola i rapporti tra i due (sab, 21 ott 2017)
di Valeria Zeppilli – Con la sentenza numero 2044/2017 (qui sotto allegata), il Tribunale di Cosenza ha condannato un padre a risarcire i danni cagionati alla ex compagna e al figlio per aver gravemente pregiudicato la loro relazione affettiva screditando continuamente la figura genitoriale materna dinanzi al piccolo e cogliendo ripetutamente l'occasione per sottolineare le carenze della madre rispetto ai bisogni del figlio. Genitore condannato per lesione del diritto alla bigenitorialità Così facendo, infatti, l'uomo ha leso sia il diritto del minore alla bigenitorialità e a una crescita equilibrata e serena che il diritto della donna a svolgere il proprio ruolo genitoriale e, pertanto, per i giudici deve pagare 5mila euro in favore di ciascuno dei soggetti danneggiati. Peraltro, il p...
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Avvocati e professionisti: la petizione per l'equo compenso (sab, 21 ott 2017)
di Gabriella Lax - Per l'introduzione dell'equo compenso ad avvocati e professionisti parte anche una petizione. Oltre all'annunciata manifestazione in piazza a Roma il prossimo 30 novembre, per chiedere al governo il passo decisivo per l'approvazione del disegno di legge sull'equo compenso (leggi anche: Avvocati e professionisti in piazza per l'equo compenso), intanto, dal mondo delle associazioni parte una petizione sulla piattaforma Change.org. Esistono diverse propose allo studio per introdurre l'equo compenso, una di queste è disegno di legge Sacconi adesso in discussione alla Commissione lavoro del Senato. Equo compenso, la petizione su Change.org La petizione su Change.org va oltre la proposta di legge Sacconi (in discussione alla commissione lavoro del Senato) che da un lat...
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Abusivismo edilizio: messa alla prova con esito positivo? No alla demolizione (sab, 21 ott 2017)
Avv. Francesca Servadei - Istituto derivante dal processo minorile, la messa alla prova ha trovato sede anche nel giudizio penale ordinario, tanto è vero che il legislatore con riforma del 2014 (legge n. 67 del 28 aprile 2014), ne detta la disciplina nell'introdotto articolo 168-ter del Codice Penale. La messa alla prova Trattasi di un procedimento alla luce del quale laddove l'esito sia positivo consente l'estinzione del reato, purchè trattasi di reati per i quali la legge prevede una determinata soglia di punibilità, è inoltre importante affermare che tale istituto può essere chiesto una sola volta dal soggetto e l'eventuale esito negativo determina la interruzione della sospensione del processo e consente il suo naturale percorso (leggi anche: Sospensione del procedimento con messa ...
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La Polfer (sab, 21 ott 2017)
Avv. Daniele Paolanti - La Polizia Ferroviaria, denominata talvolta anche Polfer, è una delle sezioni speciali della Polizia di Stato preposta all'assolvimento di determinate funzioni. La nascita della Polizia Ferroviaria Il 26 giugno 2017, a Roma, si è tenuto l'anniversario per celebrare (presso la Scuola superiore di Polizia) i "Centodieci anni insieme" con cui sono state ripercorse le tappe fondamentali della storia della Polizia ferroviaria, dal giorno della sua costituzione, il 24 giugno 1907, fino ai giorni nostri. La Polizia Ferroviaria è, come appena detto, nata il 24 giugno 1907, storico momento dell'istituzione dei commissariati di pubblica sicurezza presso le Direzioni compartimentali delle Ferrovie dello Stato. Il provvedimento di Giovanni Giolitti, allora ministro dell'Int...
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Tassa rifiuti: va calcolata una sola volta per tutto l'immobile (sab, 21 ott 2017)
di Valeria Zeppilli - Nel question time che si è svolto in Commissione finanze alla Camera è emerso che nella Tares e, quindi, anche nella Tari che la ha sostituita da qualche anno, il computo della parte variabile della tariffa va fatto una sola volta e considerando complessivamente tutta la superficie dell'utenza, comprese quindi la parte abitativa e le pertinenze che sono situate nello stesso Comune. Il calcolo della Tari Il calcolo della Tari, infatti, deriva da due quote: una quota fissa che è connessa ai metri quadrati dell'immobile e una quota variabile, mutevole a seconda del numero dei componenti della famiglia. Come è finalmente emerso in maniera palese dal question time, il calcolo corretto è fatto prima sommando i metri quadrati e poi applicando le tariffe. Peccato, però,...
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Tirare sassi contro un'auto è reato? (sab, 21 ott 2017)
di Lucia Izzo - Nessuna condanna per il vandalo che ha danneggiato una vettura parcheggiata in strada con lancio di sassi: la presenza del proprietario al momento del danneggiamento, infatti, fa venir meno l'aggravante prevista riguardante l'esposizione alla pubblica fede. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, seconda sezione penale, nella sentenza n. 46585/2017 (qui sotto allegata) accogliendo il ricorso dell'imputato nei confronti del quale era stata emessa sentenza di non doversi procedere essendo egli, all'epoca dei fatti, minore di 14 anni. La vicendaIn Cassazione, tuttavia, il difensore di fiducia dell'imputato (minorenne) ricorre chiedendo l'assoluzione in formula piena e dunque l'annullamento della pronuncia che ha ritenuto sussistente, ma scriminato per la minore età dell'agente...
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